L’aumento dei valori medi di diossina in diverse zone di Taranto, certificate (con qualche distinguo) dai Verdi, dall’associazione Peacelink e da Arpa Puglia, non fanno altro che confermare il completo fallimento degli ultimi governi sulla questione Ilva. Più precisamente, occorre aggiustare il mirino su coloro i quali avevano annunciato trionfalmente di avere un progetto definitivo per il complesso industriale, destinato a risolvere il problema dell’impatto ambientale e, al tempo stesso, salvaguardando i lavoratori: il riferimento è a Carlo Calenda e Luigi Di Maio, gli ultimi due Ministri per lo sviluppo economico.

Ora, piuttosto che entrare nelle questioni tecniche che riguardano produzione, emissioni e opere da realizzare, occorre partire da un dato inequivocabile: l’Ilva avvelena oggi più di ieri, se è vero che il sindaco di Taranto è stato costretto a chiudere due istituti scolastici nel quartiere Tamburi, il più vicino all’impianto. Dati alla mano, i valori odierni risultano pari a quelli che, nel 2008, portarono all’abbattimento di oltre 600 capi di bestiame contaminati da diossina.

Non bisogna girarci attorno. I grillini hanno fatto della questione Ilva la loro bandiera, simbolo dell’impronta ecologista del Movimento e di tutte le lotte ambientali, in forme diverse, ma di difficile realizzazione: prima si è vagheggiata la trasformazione in un grande parco verde a vocazione turistica, poi si è millantata la riconversione a ridotto impatto ambientale. Insomma, hanno inondato di false promesse i cittadini tarantini che, spaccati al loro interno, continuano a pagare con malattie, tumori e morti per l’inerzia sulla fabbrica di acciaio.

Poco dopo aver giurato davanti al Presidente della Repubblica, sembrava che Di Maio volesse prendere di petto il caso Ilva, mettendo in discussione la trattativa della vendita dell’azienda ad Arcelor Mittal. In quei mesi, il suo predecessore Calenda lo “insultava” senza soluzione di continuità, adducendo il fatto che la trattativa fosse ormai cosa fatta e che, inoltre, rappresentasse la migliore soluzione possibile all’epoca. La battaglia per i Cinque Stelle è divenuta troppo ardua: hanno ritenuto più conveniente abdicare alla causa, mentre Calenda si affermava come simbolo di tutti gli imprenditori e industriali “progressisti”. Passano settimane, mesi, mediaticamente tutto si sgonfia e i nodi arrivano al pettine. Ma davvero c’è mai stata una sola persona che abbia mai creduto al piano ambientale di Arcelor Mittal, che con i suoi stabilimenti inquina mezzo mondo, apportando anno per anno solo minimi aggiustamenti alle proprie industrie e solo se costretta?

Ora, mentre i grillini litigano con chi aveva dato loro fiducia in Puglia, l’amministrazione di Taranto è convinta ad andare avanti, gettando un po’ di fumo negli occhi senza scontentare la parte “indifferente” della città (o quella timorosa di perdere un lavoro). Nel frattempo, Calenda partecipa allegramente allo spettacolo delle primarie: sarebbe stato più interessante vederlo fare lo scrutatore volontario in una piazza di Taranto invece che a Roma. Chissà cosa avrebbe risposto ai cittadini che ora gli chiedono il conto anche a lui sui valori della diossina! Perché il fallimento è innanzitutto di chi ha portato avanti la trattativa per vendere l’Ilva senza riuscire a garantire la salute dei cittadini, col solo scopo di salvare la grande industria e quel punto e mezzo di Pil italiano.

Avvolta da questa nuvola di diossina, disillusione politica, inefficienza normativa e speranze accantonate, fortunatamente la città di Taranto rimane in fermento. Gruppi eterogenei di cittadini stanno colpendo diversi siti nevralgici e simbolici con occupazioni, manifestazioni e semplici esibizioni di dissenso. A bloccare la prefettura, il municipio ed i cancelli dell’Ilva (sta succedendo proprio questo, a Taranto, anche se non se ne parla) c’è un misto di genitori, liberi professionisti, vecchie glorie delle lotte di piazza e studenti, che non vogliono arrendersi alle decisioni imposte dall’alto.

Perché, se da un lato la questione Ilva non è risolvibile senza un reale apporto tecnico, ingegneristico ed economico di chi d’acciaio e riconversioni ambientali ne mastica, d’altra parte la cittadinanza tarantina è davvero arrivata al culmine della sopportazione. Quindici anni di governi, di sindaci, di partiti arrivati a conquistare qualche scampolo di voto che garantisse un seggio o due, per poi lasciare Taranto ad abbruttirsi, a involversi, a sparire. La città di Taranto vuole essere ascoltata, capita, aiutata.

Tutto il resto – dalle diatribe politiche alle invettive, dai proclami di vittoria allo scaricabarile di coscienza – appartiene a chi non ha empatia, e non sa cosa siano i muri sporchi di minerale. Appartiene a chi non ha avuto un figlio di dieci anni portato via da un blumo tumorale. Appartiene, insomma, a chi approfitta delle macerie per costruirsi consenso e sussistenza. Com’è che si chiamano, quegli animali là? Ah sì, sciacalli.