Talmente trasformata, l’America di Donald Trump, da aver compiuto un giro su se stessa per poi tornare, inevitabilmente, sulla sua posizione di sempre. I soliti nemici, i soliti intoccabili e la solita “americanissima” introduzione al discorso che Trump ha rivolto all’Assemblea Generale dell’ONU, pregiandosi dell’ottimo lavoro svolto durante gli ultimi due anni e suscitando negli ascoltatori quell’insolita risata. Ha provato, il Presidente, a collocarsi al di fuori delle linee tracciate dai suoi predecessori ma resta il fatto che nonostante ogni comprensibile avversione alle proposte dei Democratici ed una campagna elettorale promettente, lo scorso 25 Settembre Donald Trump ha confermato, ancora una volta, le abituali – per non dire vecchie – coordinate americane degli ultimi venti anni.

Eppure, si potrà osservare, il Presidente Trump ha rimarcato con forza il rifiuto dell’attuale ideologia globalista, ribadendo che ogni Paese dovrebbe avere la possibilità di difendersi da qualsiasi ingerenza esterna (America first); che le migrazioni di massa sono un fenomeno orribile; che il primo interesse del commercio internazionale, per uno Stato, dovrebbe essere l’accrescimento della propria ricchezza. Parole encomiabili, certo, ma un po’ troppo tailor-made, forse, per le esigenze d’oltreoceano. Tanto che, nella stessa seduta, lo stesso Presidente, ha poi espressamente additato l’Iran come principale sponsor mondiale del terrorismo, elogiando invece lo spirito riformista dell’Arabia Saudita ed invocando, pertanto, il perdurare delle sanzioni verso i soliti nemici noti.

Strano modo, quindi, di intendere le singole sovranità altrui, quando ancora ci si arroga il diritto di sanzionare un Paese, come l’Iran, accusato di violare i principi democratici condivisi e di minacciare la pace internazionale. Minacce che, con estrema sincerità, risultano difficili da individuare a chi si sforza di osservare la questione con onestà intellettuale e che spesso sono la traduzione mediatica, fatta in Occidente, di atteggiamenti difensivi cui Teheran sembra obbligata. Lo stesso Presidente Rouhani ha, di fatti, addebitato a Donald Trump la responsabilità del mancato accordo sul nucleare iraniano, lasciando trasparire la volontà dell’Iran di contribuire all’instaurarsi di buone e sincere relazioni con chiunque abbia a cuore la distensione internazionale e una pace duratura.

Immagini, dunque, viste e riviste che con la giusta dose di realismo possono portare a considerare le sorti dell’ONU come vincolate alla sua stessa natura di organizzazione internazionale e con un destino al bivio che il Presidente Trump potrebbe deviare nella direzione di una progressivo stravolgimento (per non dire scioglimento) o in quella di una riconferma delle sue funzioni. Tuttavia, le attuali contraddizioni dell’amministrazione Trump appaiono troppo evidenti anche a chi non segue con attenzione le vicende internazionali, lasciando persino intendere, ai più maliziosi, che il ventoso assaggio di isolazionismo che il governo Trump ha paventato al pubblico non sia altro che quel turbine di vento che stravolge e lancia in aria tutte le foglie, per poi posarle al suolo laddove sono sempre state.