«Se vogliamo che tutto rimanga com’è, bisogna che tutto cambi». Sì, l’avete riconosciuto. È uno dei passi più iperbolici de Il Gattopardo di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, romanzo del 1958 buono per tutte le stagioni politiche. Parliamo del Senato della Repubblica italiana, insediatosi da poco per la diciottesima legislatura della storia di Aida nelle stanze rarefatte di Palazzo Madama. 315 senatori eletti su base regionale, 109 del Movimento 5 Stelle, 61 di Forza Italia, 58 della Lega e 18 di Fratelli d’Italia (coalizione evergreen), 59 del Partito Democratico, una ventina tra frutti Misti e reietti. Presidente – guai a chiamarla “presidentessa” – Maria Elisabetta Alberti Casellati, braccio destro di Silvio Berlusconi; tra i vicepresidenti spiccano: mister devolution Roberto Calderoli e Ignazio (diciamolo) La Russa. Tra i banchi da curia romana ritroviamo invece un altro secessionista travolto dal complesso di Marco Giunio Bruto, Umberto Bossi. Poco distante albergano con charme Daniela Garnero Santanchè, Maurizio Gasparri, Niccolò Ghedini (deus ex machina di Silvio Berlusconi), gli ibernati speciali Mario Monti e Giorgio Napolitano, Pierferdinando Casini, Valeria Fedeli, mister intervista Gaetano Quagliariello, Gianni Pittella, Paolo Romani e Renato Schifani (quante partite a briscola con Silvio!), Dario Stefano e Matteo Renzi (no, non la lascia la politica). Tra loro ci sarebbero anche i finti epurati del Movimento 5 Stelle, ovverosia Maurizio Buccarella, Emanuele Dessì e Barbara Lezzi. Siamo d’accordo, ci sono tanti nuovi stravecchi nomi. Beh, naturalmente anche tra gli stranuovi vecchi nomi si celano fidi scudieri di chi è rimasto alla finestra ad osservare. Leggenda narra che Dennis Verdini dorma sul terrazzo del Senato in attesa di…

Ma passiamo alla Camera dei deputati, che trionfa sui nervi di Palazzo Montecitorio. Questa ci racconterà indubitabilmente un’altra musica (?), anche perché conta 630 deputati eletti con circoscrizioni regionali e sub-regionali di lista: 222 del Movimento 5 Stelle (un vero partito ormai), 125 della Lega, 104 di Forza Italia, 32 di Fratelli d’Italia (coalizione alla puttanesca), 111 del Partito Democratico e 36 Macedonia senza gelato. Del presidente Fico sappiamo vita, morte e pseudo-studi ormai. Andiamo avanti. La Macedonia sembra interessante: Pierluigi Bersani, Ettore Guglielmo Epifani (grande “Capofortuna” come cantava Rino), Stefano Fassina, Roberto Speranza, Bruno Tabacci (soviet apparente), Piero Fassino, Beatrice Lorenzin. I martiri bisogna ricordarli per primi. Diciamo che a martirio il Partito Democratico non è messo meglio: Colaninno Matteo (sì, quello che il finto Vespa becca sempre con Striscia), Graziano Delrio, Paolo Gentiloni (sempre in allerta, non si sa mai), Roberto Giacchetti, Gennaro Migliore, Luca Lotti (il ministro del fallimento mondiale della nazionale di calcio), Marco Minniti, Maria Elena Boschi (nemmeno lei ha lasciato la politica), Laura Boldrini, il marito d’arte Francesco Boccia, Matteo Orfini, Andrea Orlando, Emanuele Fiano, Pietro Carlo Padoan, Stefania Pezzopane, Ettore Rosato (legge elettorale a chi?), Andrea Romano e Patrizia Prestipino. Nella coalizione di destra l’odore nauseante d’incenso rimane intatto: Renato Brunetta, Maria Rosaria Carfagna, Michela Brambilla, Michaela Biancofiore (no, non è un personaggio del Perceval di Chrétien de Troyes), Maria Stella Gelmini, Maurizio Lupi, Renata Polverini, Giorgio Mulè, Stefania Prestigiacomo e Vittorio Sgarbi. Credevate di esservi liberati di Silvio Berlusconi, vero? Siete totalmente fuori strada.

Chi è davvero il nuovo che avanza della diciottesima e aberrante legislatura? Il Movimento 5 Stelle. Se osserviamo la coalizione di destra Salvini-Meloni-figli di Silvio si contempla un intenso prodotto da professionismo dello status quo. Gli ex grillini si ritrovano ad aver rovesciato totalmente tutto quello in cui avevano creduto attraverso le parole di Di Maio, Di Battista, il turpiloquio di Grillo e le non parole di Casaleggio: “no agli inciuci”, “Salvini e la sua banda sono dei mariuoli”. Ora le due controparti limonano alla grande, come Sophie Marceau e il suo garçon dentro Il tempo delle mele.

Nel 1965, quel limone altisonante di Sicilia chiamato Leonardo Sciascia, regalava al Paese un’opera teatrale piena di insegnamenti umanitari alla Bertolt Brecht e di ammonimenti ai mascherati alla Luigi Pirandello: L’onorevole. Tre atti “folgoranti”, che narrano la vicenda beffarda del professore di liceo Frangipane, che dai teneri sermoni riservati ai suoi studenti passa ad essere candidato alle politiche. Vince, diventando addirittura ministro. Un repentino cambio di esistenza che lo sbatte tra le maschere veneziane del Parlamento a tessere una lunghissima carriera intrisa di: melense meschinità, bugie fittizie, intrighi e compromessi veniali, tradimenti ai suoi cari. Frangipane è irriconoscibile. A nulla serve, nei meandri della sua mente, il pensiero ridondante del mare puro della sua Sicilia: il potere si è impossessato del suo sangue. Sarà così anche per le vergini dei 5 stelle? Riprendendo Tomasi di Lampedusa, ci ritroveremo tra pochi anni ad osservare tale scenario borioso?

«Molte cose sarebbero avvenute, ma tutto sarebbe stato una commedia, una rumorosa, romantica commedia con qualche macchia di sangue sulla veste buffonesca».

Parafrasando Theodor Adorno, sostenitore di un altro tipo di liberta, quella che «non sta nello scegliere tra bianco e nero, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta», noi siamo rimasti nuovamente fregati. Volevate il cambiamento, vero? Il nuovo. Quanto eccita il nuovo. Purtroppo, quasi la metà delle Camere è composta da soggetti, subalterni e affini della seconda Repubblica, che è figlia della prima, sia chiaro. A vincere, tout court, aldilà delle legislature è uno solo: Il conformista.