Termini come fake news e populismo fanno parte di una nuova galassia lessicale che è stata inserita ad arte nel dibattito pubblico per suggerire una valutazione culturale e valoriale di certa parte politica. L’adesione elettorale al progetto populista è di fatto intesa come sintomo di cattivi sentimenti (egoismo, crudeltà) di bassa istruzione e di ridotta capacità culturale: quelli che credono alle bufale online, quelli che non leggono i programmi, quelli che credono a promesse irrealizzabili sono per qualcuno gente semplicemente troppo scema per votare.

Osserviamo brevemente quanto paradossale sia che tale ragionamento venga promosso proprio dagli alfieri della cittadinanza facile – ovvero inconsapevole; notiamo poi che gli stessi intelligenti sono inoltre sponsor di quel complesso economico-sociale (che ha bisogno della manodopera africana a basso costo per sopravvivere) responsabile culturalmente e politicamente del populismo.

La società globalista del consumo di massa è con evidenza tesa alla realizzazione immediata dei desideri, assurti ideologicamente a veri e propri diritti. Le istanze personali vincono quelle politiche generali. In siffatto contesto il consumatore è corteggiato, il cliente ha sempre ragione e gli unici valori riconosciuti sono quelli che consentono di abbassare la soglia di accesso economico a prodotti e servizi, allargando la platea di consumatori e clienti. Il risparmio è un beneficio in sé e il consumatore non è cosciente di cosa, in termini di sistema, si nasconda dietro tre centesimi di sconto sulle scatolette di tonno; ciò che è conveniente è semplicemente anche giusto. Così i negozi tutto a un euro, le catene di fast food, i grandi magazzini che vendono a prezzo di costo sono raccontate come espressioni ultrademocratiche, la manifestazione della quantità liberatrice che vince sulla qualità classista.

Il consumatore è però per il momento ancora anche un cittadino. Chi ha promosso direttamente e indirettamente il consumo inconsapevole come può pensare che tale atteggiamento non si trasferisca anche nelle urne? Il sottotesto della ultraliberalizzazione del mercato è il primato di economia e impresa individuale sulla politica: quanto è buffo dunque che proprio le forze maggiormente liberali sul piano economico lamentino oggi l’espansione dell’offerta politica, la rottura degli schemi novecenteschi, la creazione di partiti low cost e antisistema? L’accusa dei liberal ai populisti si articola su: soglia di accesso culturale minore per l’amministrazione della cosa pubblica, attitudine individualistica ed egoista ai temi politici, scarsa capacità di programmazione a lungo termine e attenzione solo ai bisogni immediati. Si tratta della precisa trasposizione politica di quella società dei consumi che hanno coccolato per decenni.

Si parla di contesti differenti con regole differenti, ma è un fatto che quelle forze postdemocratiche, moderate e progressiste, che hanno governato gli ultimi trent’anni dell’Occidente abbiano scientificamente attaccato e demolito tutti gli argini che avrebbero impedito l’attuale deriva neo-socialista o populista. Hanno distrutto i luoghi di aggregazione e coscienza sociale che avrebbero (forse) permesso camere di compensazione atte a dare un freno all’elettorato iperdesiderante, hanno incoraggiato il disinvestimento nell’istruzione pubblica, hanno celebrato la pubblicità come forma al contempo artistica e finanziaria.

Scoprono oggi che la gente in coda al supermercato e quella in fila ai seggi è la stessa?