Sono alla fine della corsa. Il contratto di Governo, i Vicepremier litigiosi e l’Avvocato degli italiani. E ad annunciarlo, ancor prima di parole chiare sulla rottura, è stato l’utilizzo del participio passato da parte di un Salvini fermo, agguerrito: “È stato un anno bello” – e giù di risultati sugli sbarchi, ancora con gli entusiastici postumi da firma del Decreto Sicurezza, avvenuta in mattinata, la stessa che sulla TAV ha dato il colpo di grazia a questa precaria unione. È stato un Governo breve ma intenso, ecco la sintesi che l’ascoltatore può fare di quel discorso pronunciato dal palco di Sabaudia, in una tappa del Beach Tour a mo’ di Jovanotti della politica, per mantenere il tema musicale del Papeete. Ma stavolta Salvini l’ha cantata e suonata al compare leader del Movimento, con parole che avevano il sapore dell’epitaffio funebre alla Pericle, con le dovute distanze, ad un anno e poco più dall’inizio di questa improbabile avventura di Governo, ripercorrendo passo dopo passo tutti i punti di disaccordo e stallo di questa guerra del Peloponneso, combattuta tra aule del Parlamento, post e dirette Facebook al vetriolo.

Tra lo sconfinato elenco di meriti ed auto-attribuzioni gloriose, giuste o meno, volte ad esaltare la “parte sana” del Governo, in opposizione ai signori dei “no”, su un punto in particolare si può concordare: “O sei unito e compatto o ti fanno il mazzo”, in riferimento ai rapporti con l’Unione Europea e alle dissonanze interne, ai mancati accordi con i ministri dell’area tecnica di Governo, Moavero e Tria, dotati non solo di scarsa risolutezza, ma spesso anche apertamente contrari alla linea dei Vicepremier. In questo l’ambiguità data dal volersi differenziare dalla Lega, che Di Maio ha rappresentato, non ha aiutato affatto, anzi, ha aumentato l’incolmabile abisso pragmatico e concettuale tra Salvini e, in particolar modo, il ministro dell’Economia, timoroso e oltremodo ligio a dogmi che nessun altro paese dell’Eurozona ha mai rispettato, alla prova dei fatti.

Finché ho potuto ho tirato avanti”, ma ora il divorzio pare inevitabile, ai limiti dell’impellente, con una manovra alle porte che grazie a Tria non avrebbe mai soddisfatto la Lega più sovranista e ribelle ai mantra tanto cari alla neo-Presidente Von der Leyen, approvata dagli Eurodeputati grillini, importante tassello a favore della Lega in questo quadro di divorzio. Qui entra in gioco il Presidente della Repubblica, il terzo incomodo di Governo, l’amante non corrisposto da nessuno se non dal Partito Democratico, influente al massimo (ai limiti delle sue prerogative costituzionali) sin dal principio, nella formazione dell’esecutivo. Se Salvini dovesse varcare a breve la soglia del Quirinale per Mattarella si aprirebbe un dilemma amletico non da poco, basato fondamentalmente sul come evitare che quel tizio brutto e cattivo prenda il posto del ben più malleabile Conte, dopo aver abilmente sventato l’ascesa di Sapelli, Savona, Bagnai, e similari al MEF, pochi mesi prima. Si riproporrebbe tutto quell’ignobile, insopportabile, parterre di sovranisti pronti a dar battaglia, se necessario, per quel “prima gli italiani” di cui il popolo ha sete, indotto o meno dalle doti comunicative salviniane. Tecnicamente siamo all’alba di una crisi di Governo, dal momento che la Lega non ammette rimpasti tra ministri: “O tutto, velocemente, o niente: non siamo qui a scaldare poltrone. Non esistono rimpasti”.

In attesa di vedere quale piega prenderanno queste infiammate ferie parlamentari, una cosa fra i due (ex?) di Governo è certa, che se la consecutio temporum delle relazioni amorose non ci inganna, dopo che uno dei due ha mollato l’altro con un comizio al participio passato, il prossimo passo sarà il più classico dei “restiamo amici?”, al presente. Con un modo verbale ipotetico e impraticabile tuttavia, soprattutto con i 5 Stelle, nati – e pressoché defunti dopo essersi dipinti come l’unica alternativa e aver deluso i propri elettori, i veri caduti dell’epitaffio – per l’opposizione e la minoranza perpetua. Anche se, per il momento, a questi ultimi converrebbe di gran lunga stare attaccati a Salvini come cozze, visto che un’eventuale aberrante alleanza con Zingaretti, qualora si tornasse alle urne, sarebbe il tradimento dei tradimenti, oltre che una grottesca immagine da fiction alquanto scadente.