Scoppia la tensione tra governo (settore “curva nord” del governo, ossia M5S) e ArcelorMittal, azienda dalle radici indiane, che a novembre 2018 ha portato avanti l’acquisizione/affitto dello stabilimento siderurgico più grande d’Europa, l’ex Italsider/Ilva. Il problema riguarda il decadimento dell’immunità penale nei confronti del management ArcelorMittal. Già, perché nel Decreto Crescita vi è una voce che di fatto annulla l’accordo pregresso tra le due parti, esponendo l’azienda investitrice al rischio di trovarsi indagata per numerosi reati ambientali. Finora, difatti, le iniziative della magistratura si sono infrante contro l’immunità penale, concessa al tempo del governo Renzi durante il commissariamento dell’Ilva, con la famiglia Riva che lentamente, senza farsi vedere, se ne andava dall’uscita secondaria.

La bagarre rischia di finire a sportellate, e, anzi, siamo già alla fase dello scambio di jab-comunicati tra i contendenti. Da un lato il colosso ArcelorMittal che ritiene “impossibile” continuare a lavorare a Taranto con questo clima; all’angolo opposto del ring abbiamo il Mise, che è “sorpreso” dalla reazione dei vertici aziendali, “che sanno da febbraio 2019 che le condizioni degli accordi sarebbero cambiate”. Che poi, Arcelor vorrebbe che si estendesse ulteriormente lo scudo protettivo dell’immunità. In che senso? Nel senso che, ad oggi, sono intoccabili per ciò che concerne ogni possibile disastro inquinante. Ma gli indiani vorrebbero addirittura essere esenti da colpe in termini di incidenti – e morti sul lavoro. Della serie: it’s none of our business.

Suonerà il gong? Vedremo delle belle mazzate o resteremo delusi, amareggiati dal match pilotato dagli allibratori? Questo articolo non vi dirà dove puntare i vostri soldi, se sul governo o su ArcelorMittal. Non ci sarà un de profundis che vi dica chi potrebbe aver ragione, in termini contrattuali e legislativi, nella faida governo-azienda.

Chi scrive queste righe è di Taranto, nato e cresciuto lì, e per noi tarantini l’appartenenza a questa terra non è solo una geolocalizzazione o una provincia da inserire sulla carta d’identità. Qui si lotta, signori miei. Si lotta come il 4 maggio, quando si è creata una manifestazione spontanea che ha portato ad una marcia dal quartiere Tamburi sino alle Portinerie aziendali. Anzi, a dirla tutta, la marcia si è interrotta davanti al camino E312 per scontri con la polizia. Il 4 maggio è stato uno spartiacque nella memoria della lotta ambientalista tarantina, perché fino ad allora si era tenuta una condotta più “indignata” e sofferente che non da nervo teso. Dal 4 maggio, invece, si è capita una cosa: a Taranto ci siamo rotti il cazzo. Passerelle elettorali non ne avrete più, prima di farci diventare terra di conquista dovrete passare dal nostro varco, e v’assicuriamo che abbiamo i denti di fuori e una tale rabbia nel sangue che vi conviene farvi un check-up ospedaliero con vaccino, prima di passare da ‘ste parti.

Questo per dire cosa? Per dire che, al tarantino, non cambia nulla togliere o aggiungere l’immunità penale. Non doveva proprio esserci di partenza. L’Ilva non doveva essere ceduta ad ArcelorMittal, non a quelle condizioni. Nell’ultima settimana è stata disposta la cassa integrazione per 1400 lavoratori. Butta la pasta, Di Maio!

Noi tarantini sappiamo che siamo segnati nel midollo e sono segnate pure le prossime generazioni per l’inquinamento che ci viene sparato nelle vene.

Sappiamo che lo stabilimento è una merda di per sé, che cade a pezzi, che scoppi e crolli sono all’ordine del giorno in fabbrica. Sa che ArcelorMittal è un gruppo societario fatto da squali (di recente è emerso uno scandalo ambientale in una filiale di Arcelor sudafricana) che prende aziende come l’Ilva solo e soltanto per produrre acciaio di bassa qualità, far perdere valore alle quote dell’azienda per poi traslare la manodopera in latitudini dove il lavoro costa la metà della metà. Loro a Taranto lasceranno il deserto, altro che rilancio.

Sappiamo che l’attuale governo è un circo di pagliacci che non sa in quale vespaio si sia andato a infilare quando, per fare campagna elettorale a Taranto, ha promesso la chiusura dell’Ilva. Loro, che stanno imparando adesso a stare al mondo, avrebbero dovuto chiudere un’azienda con 8mila dipendenti e con un intreccio socioeconomico che Weber e Marx toglietevi dalle palle perché manco voi ci riuscireste?

E voi, con le vostre analisi economiche, con il vostro “Eh ma l’Ilva ci serve per mantenere un’autonomia produttiva contro le tigri asiatiche”, voi prezzolati motherfucker, beh, ve lo dico in tarantino: scè fascit’ ‘ncul. Non sapete cosa voglia dire vivere qua, non conoscete il dramma di avere una zia, un fratello, un figlio incannulato da tubi e bombole d’ossigeno per respirare e senza capelli per la chemio; non riuscite nemmeno ad immaginare cosa voglia dire dover necessariamente espatriare oltre il fiume Galeso per potersi permettere uno stipendio che non arrivi dalle ciminiere o dall’Arsenale o da Teleperformance. Qui si continua a morire, e non possiamo farci niente.

Da tarantino, mi rifiuto di accettare questo ridicolo braccio di ferro da ginnasiali vergini tra M5S e ArcelorMittal. È solo una pantomima: il Movimento vuole ripulirsi dopo le stronzate fatte a Taranto; Arcelor ci tiene a sottolineare il suo impegno nella città. Impegno estremamente visibile, certo, ad inquinarci. Ma prego, fate pure. Scannatevi e fateci sapere. Noi, da parte nostra, continuiamo a stringere i pugni e a mirare ai denti, a cercare qualcosa per crearci un futuro nuovo, che non sia rosso come la polvere del minerale, ma rosso come la libertà.