La crisi pandemica del Covid-19 ha generato panico e preoccupazione a tutte le latitudini, innescando meccanismi di lockdown e contromisure politiche, sociali ed economiche in ogni dove. La rapida diffusione del contagio nella maggior parte degli Stati del mondo ha messo a dura prova lo stile di vita e la tenuta del sistema Paese, con la conseguente insorgenza di psicosi e comportamenti più o meno irrazionali da parte della collettività. E spesso il confronto ci offre un impietoso dualismo che nasce dalla diversità, dal retroterra culturale, che sfocia in situazioni nelle quali il controllo sfugge di mano. Oggi, a due mesi dallo scoppio della crisi epidemica dello Hubei, la Cina conta un numero di contagi prossimo allo zero, una situazione che gradualmente rientra dall’emergenza delle settimane precedenti, e si lecca delle profonde ferite che si stanno rimarginando. Lo scenario da bilancio bellico si è ormai spostato ad Occidente, con la crisi italiana ormai ad uno stato conclamato, mentre le civilissime Germania, Spagna, Francia e USA si approcciano a ritmi di contagio con crescita esponenziale. Eppure, il popolo delle apericene, della Milano che non si ferma, i capi di Governo che ridevano sotto i baffi per un’Italia goffa, in affanno, oggi si barricano entro le mura domestiche e sommessamente riconoscono al Belpaese una solidarietà ipocrita, mentre in fretta e furia si apprestano ad emulare misure costrittive che ormai hanno la forma di pezze troppo piccole per le voragini di malcelata noncuranza, o di dolosa malafede osservata nel tentativo di salvare pezzi della loro economia.

Le dinamiche interne a ciascun Paese, tuttavia, presentano fotogrammi di preoccupazione rispetto alla capacità di contenere la crisi, e di farlo in tempi ragionevoli, a causa della superficialità, della superbia, dell’arroganza che l’individualità moderna coltiva. La hubris, la tracotanza che contraddistingue l’Occidente, che ci mette in ginocchio di fronte ad un nemico tanto invisibile quanto letale, e che ad oggi ha portato ad un bollettino di guerra di 3400 decessi, solo in Italia, e a ben 43mila denunce per la violazione delle norme di contenimento in una sola settimana. Come più di qualcuno ha affermato, forse siamo di fronte alla certezza che in Italia ci siano tanti morti, soprattutto dentro. Così come i 3500 puffi francesi che flashmobbano tutta la loro idiozia riunendosi in piazze oggi deserte. La nostra hubris ci fa mettere da parte l’interesse pubblico, a favore dell’egoismo dell’individuo, mentre in Oriente accade tutto il contrario. Questo perché l’etica della proskynesis, ben mescolata, invero, con una massiccia dose di controllo politico e sociale, rende le culture orientali più solide e resilienti di fronte ad un nemico della collettività. La proscinesi era l’atto di riverenza, in uso presso assiri e persiani, verso una persona di rango sociale più elevato, fu ripresa dopo lo scisma d’Oriente anche dalla cristianità ortodossa, in segno di prostrazione verso la divinità, simbolo di devozione ad un valore più alto, in un raccoglimento spirituale totalizzante.

Lungi dal considerare il Partito Comunista Cinese o gli Ayatollah delle divinità. È vero, in Cina sono stati esercitati dei controlli serrati, e delle forme di punizione estreme per i trasgressori. Ma la cultura della collettività, della salvaguardia del popolo, di interessi più elevati, sono oggi i valori verso i quali rivolgersi con ossequio. Ma sono valori che non appartengono al libertario popolo della movida, della socialità, della dittatura della superbia. Oggi, più che nella hubris moderna, dovremmo riferirci ai valori della pietas romana, in un dovere di rispetto dello Stato e della famiglia, in primis. Nel presunto scontro di civiltà che alcuni portano avanti, l’Occidente sta perdendo, perché, al contrario dell’Oriente, ha smarrito i suoi millenari valori di riferimento, in favore di un annullamento del senso civico e delle istituzioni, ignorandone dettami e mancando di rispetto al prossimo. Se non vuole essere proskynesis, perché storicamente e culturalmente non ci appartiene, che almeno sia pietas.