Mentre Google banna Huawei seguendo le disposizioni della Casa bianca, sale il numero degli iscritti alla folle corsa per la diffidenza commerciale verso il colosso cinese: Microsoft ha rimosso il laptop MateBook X Pro (cavallo rampante del settore per la società cinese) dal suo store ufficiale; EE e Vodafone in Inghilterra l’hanno depennata dalla campagna di lancio delle prime reti commerciali 5G in UK, mentre ARM, produttrice di chip con sede sempre in Inghilterra, ha dato disposizioni ai suoi dipendenti di bloccare «tutti i contratti attivi, i diritti di supporto e tutti gli impegni in sospeso» presi con Huawei.

Se domenica sera dal mare magnum di uno scontro che va avanti da decenni – e che tanti sembrano aver scoperto solo ora – emergeva la punta dell’iceberg – il panico dei consumatori e l’impennata delle ricerche Google con oggetto “Huawei” sta lì a testimoniarlo – è bastata una passeggiata del Presidente cinese Xi Jinping presso la sede della JL-Mag, leader industriale nella produzione di magneti contenenti terre rare, un gruppo di 17 elementi chimici fondamentali per l’industria tech, a raffreddare i bollori della Casa Bianca. «Conoscono la catena produttiva meglio di quanto non facciamo noi, e (sanno) quanto questi materiali siano importanti per i nostri smartphone, le nostre Tesla e i nostri aerei da combattimento»: così ammetteva martedì sul Financial Times David Abraham del think thank a stelle e strisce “New America”. E ha ragione da vendere: fino a pochi anni fa, la lavorazione delle terre rare era distribuita in varie aree del pianeta, mentre ora la trasformazione della materia prima si concentra in grandissima parte nelle industrie cinesi. Se i cinesi decidono di bloccare le esportazioni sono guai per tutti. Basta quindi una visita del Presidente Xi per far schizzare in borsa il titolo della JL-Mag e far posticipare a Trump il ban su Huawei di 90 giorni.

Lo scontro pirotecnico tra Cina e Stati Uniti marca un passaggio di testimone di cui riusciamo a scorgere solo la coda – e a fatica: la conversione della strategia cinese, ormai tesa a trasformare un’industria informatica ed elettronica in un’industria di software, hardware e innovazioni tecnologiche. Una svolta cruciale, oltre che inevitabile, capace di allarmare come non mai l’industria tecnologica americana. Le reazioni scomposte del mondo occidentale sono assorbite dalla pragmaticità della Repubblica Popolare – già pronto da anni un nuovo software con cui sostituire Android, seppur con evidenti danni per la Cina nel breve-medio periodo. Con questo non si vuole tuttavia affermare che uno dei due mondi prevaricherà sull’altro. L’interdipendenza dei due imperi industriali tecnologici – ha ancora senso parlare di bipolarismo in questo frangente storico? – è fin troppo radicata per liquefarsi dall’oggi al domani.

Le vicissitudini che sta vivendo Huawei costituiscono lo specimen di una lotta tra bande molto più ampia. Parafrasando un passaggio dell’interessante saggio di Fabio Mini “La guerra spiegata a…”: «Non esiste un bandito globale che voglia dominare il mondo, non ancora. Ma tanti capibanda sono pronti a cooperare o a farsi la guerra per una cogestione proficua delle risorse da sottrarre a una comunità sottoposta allo sfruttamento».

L’Italia dunque non si ostini a scegliere il proprio capobanda, ma sfrutti una posizione geostrategica di tutto rispetto, efficacemente sintetizzata (e dimostrata) dal repentino valzer di incontri istituzionali con cui l’ambasciatore statunitense in Italia, Lewis Eisenberg, ha accompagnato la firma del MoU con Pechino. La nostra penisola, dal punto di vista geografico, è un continuo avvicendarsi di poli di ricerca Huawei e Zte e basi militari statunitensi: la Cina non può pensare di invadere dal punto di vista industriale e tecnologico gli Stati Uniti ed è per questo che il campo di battaglia commerciale tra le due superpotenze rischia seriamente di essere l’Europa. Il Mediterraneo storico di cui scriveva Braudel torna ad acquisire linfa: l’Italia riscopra una sua autonomia – per quanto possibile – nella gestione dei rapporti con Paesi esteri; l’UE sanziona la Russia mentre la Germania fa imbestialire gli Usa con il North Stream 2 (pronte le sanzioni di Trump); l’UE ci bacchetta sulla firma del MoU e intanto al forum di Pechino, Siemens firma un Memorandum sullo sviluppo delle nuove Vie della seta.

Quando ognuno persegue i propri interessi, ha ancora senso essere costretti in una gabbia, capace di privarci di ogni strumento di politica economica, monetaria e valutaria? La partita che l’Italia si ritrova ad affrontare giunge ora ad un momento delicatissimo. Il “clima Monti” cui ha fatto riferimento Giancarlo Giorgetti durante l’incontro con la stampa estera di mercoledì e l’interminabile applauso riservato dall’assemblea di Confindustria al Presidente della Repubblica parlano chiaro: proprio quando vi sarebbe bisogno compattezza e spirito di interesse nazionale, qualcuno si ostina a correre verso la propria porta per fare autogol. Tanto a uscire sconfitte dal campo saranno sempre e solo le masse popolari.