La notizia è freschissima, ma non ancora confermata dalla diretta interessata, rimane comunque degna di una certa considerazione, quantomeno ilare. A ipotizzare la quasi certa – verrebbe da definirla una inaspettata follia – candidatura alle elezioni presidenziali del 2020, non è una piattaforma di satira o uno spettacolo dei Muppet, da cui ci si potrebbero aspettare notizie ben più attendibili e serie, bensì una intervista sul Wall Street Journal a due fedelissimi della famiglia Clinton. Il primo, Mark J. Penn, ex dirigente Microsoft, consigliere di Gates e Tony Blair, stratega politico sia di Bill – dal 1994 fino al 2000 – che di Hillary, per quanto concerne le campagne al seggio da senatrice del 2000 e del 2006, nonché per le fallimentari primarie democratiche del 2008 che videro Obama vincere anche la presidenza.

Il secondo, Andrew J. Finkelstein – oggi noto nell’ambiente come Stein – politico del partito democratico statunitense, ex presidente del New York City Council e conclamato truffatore. Arrestato il 27 maggio del 2010 – essendosi dichiarato colpevole venne condannato a 500 ore di servizi sociali – per aver mentito riguardo al suo coinvolgimento durante le investigazioni su uno schema Ponzi multimilionario gestito da Kenneth I. Starr, noto consulente finanziario di molte celebrità di Hollywood. Questi due individui hanno ben pensato di spianare così la strada verso quella che sembra oramai una ineluttabilità tragicomica, al limite del farsesco. Ci sorbiremo un’altra campagna fra il ridicolo e l’assurdo, ma stavolta, a detta dei suoi papaveroni non proprio specchiati, vedremo una Hillary 4.0, completamente rinnovata e si suppone finalmente sana a livello psicofisico, pronta per sobbarcarsi le battaglie portate avanti dal movimento Me Too, la difficile questione della sanità e il sempre verde ed aspro conflitto con la NRA.

Ciò che però diverte e cagiona tenerezza nelle parole dei compagni di merende dei Clinton, sono due punti precisi, due scopi molto chiari che si è, a detta loro, prefissata Hillary: divenire finalmente il primo POTUS donna e secondariamente, ma non per importanza, vendicarsi – estratto originale “This must be avenged” –  di tutti quei sostenitori di Trump che la volevano veder rinchiusa al suono dell’oramai celebre “Lock her up”. Non sono bastati i modelli 2.0, volta in cui fu asfaltata da Obama, e il 3.0, risalente alla batosta ricevuta da Trump e dal collegio dei grandi elettori nel 2016. La Clinton vuole uscire nuovamente dal suo antro, forte di una folta squadra quasi tutta al femminile e dell’appoggio incondizionato di due ex presidenti – suo marito e Obama appunto – stavolta rilegati unicamente alla raccolta dei fondi per la campagna.

I due intervistati, per avvalorare la futura vittoria della Clinton, raccontano una brevissima storia: Nixon perse le elezioni del 1960 contro JFK, tuttavia vinse quelle del 1968 ed è proprio a questo che si punta, l’esempio è Nixon. Iniziamo bene, perché o si sono scordati che fine fece “Tricky Dick” oppure hanno pescato il peggior esempio, cosa da non escludere. Secondo lo sbrodoloso e slurpante articolo del WSJ, probabilmente la “Nasty woman” di Chicago si immetterà a corsa iniziata, realizzando il “sogno” degli elettori democratici, un 75% pare, dato preso non si sa da quale sondaggio. E le nuove generazioni pronte ad afferrare il testimone? Possono tornare in fila; i Clinton non hanno ancora finito di erodere quella pochissima credibilità rimasta al partito. Come è stato riferito dai due, Hillary farà crollare gli astri nascenti dei democratici come fossero birilli da bowling. Fa già ridere così. C’è da non dare troppo retta ai dinieghi e alle false modestie dicono, “Crooked Hillary” potrebbe persino saltare la cruciale fase dell’Iowa, ma correrà senza alcun dubbio. E le primarie? E la linea leftist del partito riscattatasi nelle elezioni di medio termine? Tutto tace: essa vive e sta tornando.