Se non fosse per il fatto che in ballo c’è la vita di milioni di persone e il destino di un intero popolo, si direbbe che in Libia si stia giocando una classica partita a scacchi fra potenze internazionali, con tutta l’imprevedibilità che il muoversi di ogni pedina comporta. La mobilitazione militare lanciata dal generale Khalifa Haftar, con le truppe del suo Esercito Nazionale Libico giunte alle porte di Tripoli, ha una tempistica non casuale visto che si è verificata proprio nei giorni in cui il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, è stato in visita nella capitale libica in vista della Conferenza Nazionale di Ghadames. Tale evento, che si terrà dal 14 al 16 aprile, vedrà il confronto tra più di cento rappresentanze della società libica che,  insieme alla comunità internazionale, tenteranno di trovare una via d’uscita al caos che regna nel Paese nordafricano.

Appare evidente che Haftar, a questa conferenza, vuole arrivarci da una posizione di forza, così da mettere in luce tutta l’evanescenza del Governo Libico di Unità Nazionale – l’unico riconosciuto dall’Onu – di Fayez al-Sarraj. Debolezza che è stata oltretutto confermata dalle repentine dimissioni di Ali Al-Qatrani, vicepresidente del Consiglio presidenziale del governo, prontamente passato tra le fila di Haftar dopo aver denunciato come Sarraj sia ormai «ostaggio delle milizie».

Se lo stesso presidente libico si è detto «sorpreso» e «tradito» dall’operazione di Haftar, promettendo al contempo «strenua resistenza», non possono dirsi sorpresi i molti governi che hanno interessi nell’area, a cominciare da quello italiano. Il nostro Stato, tuttavia, ancora una volta si dimostra inadeguato a gestire le tensioni che si verificano nei Paesi del Mediterraneo: ad oggi non è stata sviluppata alcuna decisa politica estera nell’area e ci si è stabilizzati sulla “vecchia” posizione di sterile appoggio al presidente Sarraj, a capo di un governo che, di fatto, tiene sotto controllo la sola Tripoli.

Al di là della dinamica delle battaglie di questi giorni, sul fronte della politica internazionale non si riscontrano al momento – la situazione è in continuo divenire – rilevanti novità. Se le operazioni militari dovessero proseguire e portarsi sempre più nel cuore di Tripoli, l’Italia pagherà amaramente la sua inconsistente –  o forse dovremmo dire inesistente – politica estera nel Mediterraneo, costretta ad assistere all’aumento esponenziale dei flussi migratori dalla Libia – con l’estate e il mare calmo alle porte – e alla continua perdita d’influenza nell’area, specie se l’esercito di Haftar dovesse avere la meglio. In tal caso, si salverebbe solo l’Eni, che – fortunatamente per i suoi asset –cura autonomamente i suoi interessi e le sue relazioni esterne.

È presto, tuttavia, per dire quanto sarà pesante la sconfitta per l’Italia. Oltre all’appoggio di Egitto, Arabia Saudita e –forse – Emirati Arabi Uniti, Haftar ha il sostegno di Francia e Russia. Entrambe, però, forse temendo una carneficina a Tripoli che delegittimerebbe Haftar e i suoi sostenitori, hanno invocato una soluzione pacifica all’attuale caos. Nondimeno, voci su un presunto “via libera” da Parigi all’azione di Haftar si fanno sempre più insistenti, con tutte le conseguenze che ciò comporterebbe in tema di equilibri nel quadro europeo. Da lontano gli Stati Uniti, che nell’autunno scorso avevano promesso al Presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, un’azione condivisa sul fronte libico, si limitano a condividere la formulazione di dichiarazioni di circostanza del G7. Il governo giallo-verde non può trascurare, però, come gli americani non abbiano esplicitamente dissuaso l’alleato saudita dal continuare a finanziare l’Esercito del generale Haftar. E c’è già chi addita l’accordo italiano con la Cina come la causa del mancato impegno di Trump ad un’azione politica comune e condivisa in Libia.

È comunque ancora presto per comprendere realmente i retroscena dell’operazione militare di Haftar. Nell’intreccio di interessi delle potenze straniere si potrebbe inserire infatti anche l’ambizione del generale a governare la Libia, risvegliando una specie di orgoglio patriottico nell’intero territorio. Certo, dopo la caduta di Gheddafi, potrebbero ancora una volta essere i francesi a scatenare una nuova guerra civile in Libia o, quanto meno, a tentare di rimescolare le carte a Tripoli. Pertanto all’Italia, come ai tempi di Berlusconi, non resterà che il rammarico per la cronica mancanza di coraggio nel tentativo di affermare una politica mediterranea più in linea con i propri interessi e con quelli delle popolazioni dell’area. Distratto dalla costante caccia al consenso, il governo giallo-verde ha perso un’occasione per differenziarsi da quelli precedenti, generando un ritardo nell’azione diplomatica in Libia che difficilmente sarà colmabile nel breve periodo.