Come interpretare il richiamo dell’ambasciatore francese dall’Italia? Certamente come una mossa isterica, ma forse non esclusivamente tale. Oggi, il portavoce del Governo francese Beanjamin Griveaux ha parlato di mossa “non permanente”, fatta per “dare un segnale”. Inutile sottolineare ulteriormente la gravità di un atto così ostile contro il governo italiano, con un unico precedente nel 1940, per motivi decisamente più comprensibili. E se intellettuali molto diversi e con prospettive antitetiche, come Jacques Attali e Giampaolo Pansa, hanno lanciato provocazioni con un tono da necrologio – il primo su La Stampa (“L’unica soluzione definitiva è un nuovo governo a Roma”) e il secondo durante la trasmissione televisiva Piazzapulita (“L’unica alternativa è un governo di tecnici sostenuto dai militari, vogliamo dire che questo significa invocare un golpe? Non è così […]”) – significa che negli ambienti intellettuali ostili all’attuale governo aleggia palpabile un pensiero definito: che la lotta politica antagonista non possa risultare vincente attraverso le regolari elezioni politiche, laddove i sondaggi confermano l’ampio consenso popolare dei due partiti di governo.

Si tratta di pochi indizi che bisogna inserire nel quadro di una momentanea, statica decadenza dei partiti europeisti e liberal-progressisti del Vecchio Continente, in crisi più o meno ovunque – inclusa la Francia, dove i Gilets Gialli sono ancora in piazza contro il governo Macron. In questo quadro è poco credibile pensare che il progetto eurocratico, nel quale si sono investite per lungo tempo ingenti risorse economiche, politiche e culturali, si adegui alla sostanziale sconfitta a cui è andato incontro. Larga parte degli europeisti, infatti, continuano a sostenere che il motivo di tale insuccesso sia da attribuire ad una “carenza d’Europa”, cui far fronte con un’accelerazione del processo integrativo europeo. In questo scenario, crediamo si debba iniziare a pensare come il nemico e domandarsi come potrebbero reagire, in un futuro non troppo lontano, le forze politiche costituite dall’Ancien Regime franco-tedesco, i gruppi industriali e finanziari (soprattutto del Nord-Europa) e gli schieramenti liberal-progressisti.

Se osserviamo come il regime capitalista ha agito negli ultimi trent’anni, notiamo che i suoi ierofanti lo abbiano spesso proposto come unica possibilità concreta di sviluppo del mondo moderno. L’America di Reagan si presentò come sola via d’uscita al presunto stallo delle Nazioni, che avevano subito un’impronta bellica e post-bellica radicalmente keynesiana. Allo stesso modo, l’Inghilterra della Thatcher fu quella del “There Is No Alternative”. Per continuare a nutrire fede nel “progetto Europeo”, non si dovrebbe dunque far altro che dimostrare come ad esso non esista alcuna alternativa. Il governo italiano e i populismi europei, che altro non sono che forme grezze di resistenza a tale modello, se non si daranno e proseguiranno con forza una chiara strategia sul proprio futuro, saranno spazzati via. Essi, per la loro attuale inadeguatezza, mostrano già il fianco in maniera dilettantesca, come dimostra a titolo esemplificativo il modo sgangherato con cui è stata trattata la questione del franco CFA da parte di importanti esponenti del Governo.

La dura presa di posizione del governo francese deve essere letta anche alle luci di un serramento delle file del fronte franco-tedesco, teso a riproporre inalterato l’attuale modello politico dominato dalle due potenze politiche. Le elezioni europee saranno uno snodo fondamentale: se esse vedranno uno straordinario successo del fronte euroscettico, ci troveremo di fronte ad un agitato clima di turbolenza, dove senza una strategia ed un piano delineato i populismi europei potrebbero venire spazzati via, o subire un durissimo colpo (i metodi sono noti: “crisi dei mercati”, terrorismo mediatico ecc.). Se tale successo non dovesse palesarsi, almeno non in una forma evidente, lo stallo si perpetuerebbe e i partiti europeisti potrebbero riprendere fiato per tornare a concorrere nell’agone politico. Insomma, in entrambi i casi, se i sovranisti europei non si daranno una strategia di lungo periodo, anziché vivacchiare su questioni secondarie e terziarie per accumulare una rendita di consenso, ci riporteranno le sinistre socialdemocratiche. E ciò sarebbe imperdonabile.