Dopo le tensioni tra Roma e Bruxelles a causa del deficit italiano, concluse con il compromesso del 2,04% nell’ambito dell’approvazione della legge di bilancio, l’Italia potrebbe aver vinto la battaglia ma non la guerra contro l’Unione Europea. A dimostrarlo sarebbe, secondo quanto riportato da “La Repubblica”, il country report della Commissione, critico verso le misure cardine del governo giallo-verde: flat-tax, quota 100 e reddito di cittadinanza; secondo la Commissione, tali politiche sarebbero incapaci di impattare sulla crescita di lungo termine, con conseguenze disastrose su PIL, spesa pubblica e debito del paese. Inoltre, sarebbero nient’altro che escamotage, concepiti come “cerotti” utili solo a porre l’enfasi su soluzioni di breve periodo; insomma, per dirla alla De Gasperi, la critica sferrata contro Conte, Salvini e Di Maio sembrerebbe dire: “Cercate di promettere un po’ meno di quello che pensate di realizzare se vinceste le elezioni”. Questi – costretti a muoversi in spazi ridotti a causa del gravoso debito pubblico – non avranno certo la caratura del grande statista trentino, ma rispecchiano comunque la volontà di cambiamento emersa nelle scorse elezioni politiche, che l’Europa dovrebbe imparare a rispettare prima di impartire lezioni economiche agli stati.

Queste misure, va subito detto, presentano numerose criticità: la flat-tax pone importanti questioni etiche di giustizia redistributiva e, peggio ancora, potrebbe obbligare il Governo ad un ulteriore taglio della spesa pubblica. Tuttavia potrebbe, allo stesso tempo, ridurre il cuneo fiscale. Il reddito di cittadinanza, se non accompagnato da una preventiva ed adeguata riforma dei centri per l’impiego, potrebbe rivelarsi una misura di assistenzialismo e non di reintroduzione al mondo del lavoro, finendo per confondere la lotta alla povertà con quella alla disoccupazione; ma darebbe una risposta concreta al “grido di dolore” che si leva, da parte di coloro i quali vivono sotto la soglia di povertà assoluta. Infine, quota 100, la proposta più criticata da Bruxelles, non assicurerebbe la sostituzione, da parte delle imprese, dei “vecchi” lavoratori con i “nuovi”, contribuendo così al naturale ricambio generazionale: esse potrebbero approfittarne per ridimensionare l’organico se il ciclo economico dovesse tendere alla recessione.

Le proposte in questione sono state i “cavalli di troia” che hanno permesso, alle due forze politiche che le hanno sostenute, di giungere al governo del Paese, intercettando una voglia diffusa di cambiamento; l’Europa, che a suo favore annovera diverse motivazioni economiche, farebbe bene a ricordare che l’economia non è una scienza esatta e, cosa ancora più importante, che essa non può essere sovraordinata rispetto alla politica, attività capace di influire sull’organizzazione e l’aggregazione delle comunità umane attraverso il consenso, e non con le “cattive pagelle” o le regole sulla governance-finanziaria.

Le criticità di queste riforme non devono quindi disincentivare il governo dal fornire un modello alternativo a quello liberista, propagandato dalla retorica europea che ha drasticamente ridotto i diritti sociali; ancor di più con un debito pubblico elevato come quello italiano, occorre investire per ripartire e non attendere nel “deserto dei tartari” la completa scissione tra popolo e classe politica; dobbiamo vivere in un’economia, non in una società di mercato.