L’involuzione del diritto alla privacy da sfera di tutela della riservatezza a bolla tensioattiva nel non interferire con i propri dati personali è al suo stadio più avanzato. La libertà quando è diluita con nuove forme tecnologiche e di commercializzazione assume sempre più gli aspetti di una sostanza inodore, e determinati esperimenti non potevano che avere la loro naturale iniziazione oltreoceano, nella Mountain View californiana. Come riportato da un articolo del blogger tecnologicamente scorretto Chris Matyszczyk – pubblicato sul sito statunitense ZDNet Google ha sguinzagliato i propri impiegati nei luoghi pubblici delle maggiori città americane con il compito di reclutare semplici passanti e curiosi avventori, sottoponendoli ad un prelievo di foto personali allo scopo di implementare il funzionamento del sistema di riconoscimento facciale degli smartphone Pixel 4, futuro giocattolo di casa. Per addolcire uno sciroppo che tuttavia sarebbe andato giù in facilmente in una popolazione perennemente rintontita ed affascinata dalla tecnologia ludica, gli zelanti impiegati di Google hanno omaggiato i cortesi prigionieri di una carta regalo dal valore di 5 euro, fruibile presso Amazon o Starbucks, aziende quanto mai speculari a Google nel loro essere influencer ancor prima che imprese commerciali.

Lo spontaneismo con il quale gli americani si rendono autori delle proprie foto segnaletiche – che vengano poi profilate a fini commerciali, tecnologici o governativi non è rilevante – cozza decisamente con quanto avviene nella apparentemente avversa Repubblica Popolare Cinese, dove il monopartito Comunista – memore dei bei tempi di spionaggio e delazione di massa che furono – continua imperterrito a spiare un miliardo e mezzo di cittadini, i quali si sottrarrebbero ben volentieri a questo cappio fatto di byte e pixel. Fatto sta che anche la più evoluta forma di intelligenza artificiale, che si tratti di un sistema avanzato di riconoscimento facciale per uno smartphone o un satellite lanciato in orbita per spiare i movimenti di cittadini e turisti, senza un minimo ausilio umano non sarebbe praticabile. E così mentre i regimi elegiaci di falce e martello si avvalgono ancora della psicopolizia per il controllo a distanza di cittadini inermi e dell’unico pensiero politico da interiorizzare, i giganti tecnologici californiani hanno creato indisturbati una fisiopolizia, certamente non meno invasiva ma che – a differenza di quella dirimpettaia – si avvale della preziosa collaborazione degli inquisiti, le cui azioni non vengono indotte alla fine di un processo di redenzione fatto di torture e violenze, ma a seguito di condizionamenti inconsci ammantati di modernità ed esteticità.

Sebbene vecchie e nuove sentinelle al soldo di multinazionali ed agenzie governative sembrino avere il totale controllo del contesto, c’è anche chi dice no ai metodi Google: è il caso di due città californiane e di una nel Massachusetts, seriamente preoccupate dalla compravendita facciale e – validando studi effettuati dall’Università di Toronto e dall’Istituto di tecnologia dello stesso Massachusetts – dalla circostanza che il riconoscimento facciale degli smartphone non sia in grado di identificare con precisione donne e persone di colore. L’avversità al sistema e la presenza di ONG per i diritti civili come l’American Civil Liberties Union potrebbe indurre a pensare che la protesta sia sospinta più da impulsi ideologici che da reale apprensione per l’abbattimento della privacy, eppure la razionalità nel capire che una tecnologia di schedatura del viso non renderà certo la società più sicura, ma semmai meno libera, sembra aver penetrato i pensieri di chi ha sempre promosso con troppa leggerezza le comunità virtuali quale proprio gruppo primario di riferimento.

Resta però un problema, che giocoforza dovranno affrontare anche i sostenitori dell’intelligenza artificiale, di chi continuerà a considerarla innocua e sbrigativa anche a fronte di pesanti ingerenze nella propria quotidianità. Che ne sarà di chi non si adegua, dei dissidenti? La rincorsa compulsiva alla raccolta di dati biometrici degli individui – con o senza carte regalo da 5 dollari – avrà come ultimo scopo quello di creare una schedatura parallela, quella di chi si astiene. In altre parole, coloro che rifiuteranno di cedere la propria privacy in cambio di una sedicente sicurezza per proteggere lo smartphone saranno quantomeno visti con sospetto, se non addirittura ostracizzati o privati delle stesse libertà che i giganti tecnologici millantano di garantire immagazzinando continuamente informazioni. Se la libertà oggi ancora significa qualcosa, allora significa che deve continuare ad essere garantita la possibilità di comunicare anche sottraendosi all’alta tecnologia, senza dover mettere a nudo la propria intimità per fruire di un servizio o persino poter lavorare: essere realmente liberi equivale dunque a custodire la libertà di scelta sul non essere googlati.