Come ogni anno, proprio nel periodo in cui si tirano le fila di un bilancio aziendale, nell’ambiente giornalistico e dell’informazione si torna a parlare delle truffe che aziende e compagnie come Amazon, Facebook, Apple e Google perpetuano nei confronti dei cittadini e che fanno trasparire l’iniquità sociale ed economica di un’Unione Europea decisa e ferma non solo a tollerare ma soprattutto a promuovere la creazione di paradisi fiscali all’interno dell’Unione.

Infatti, stretti tra il Mar del Nord e l’Oceano Atlantico, si trovano due paesi leader dell’economia europea, definiti come esempi e portati in auge come visioni liberali di un futuro utopicamente grandioso: Olanda ed Irlanda, i quali governi acconsentono da anni ad un traffico di capitale a tassazione ridotta o quasi inesistente. Google, infatti, sembra aver trasferito dall’Olanda alle Bermuda, dove l’aliquota fiscale a riguardo è pari a zero, una cifra intorno ai 20 miliardi.

Questo capitale, tuttavia, ha fatto un giro ben più complesso prima di approdare sulle calde sponde delle Bermuda: il Double Irish with a Dutch Sandwitch è da anni lo strumento di evasione fiscale autorizzato più utilizzato da aziende estere per evitare la pressione fiscali sui propri ricavi in Europa. Funziona che il capitale di partenza arriva direttamente dall’Irlanda, ove il governo permette che le tasse di una compagnia vengano pagate nello stato in cui essa è controllata (nel nostro caso le sedi in Irlanda di Google risultano sussidiarie di una Holding alle Bermuda); tuttavia il governo di Dublino non permette che vengano commessi trasferimenti fiscali con un paese estero che non sia dell’Unione, caso che non si applica per la vicina Olanda e per la quale, per giunta, non sono previste aliquote per la transazione di capitale. Infine non resta che far tornare indietro i soldi ad una compagnia sussidiaria di quella delle Bermuda in Irlanda per (non) pagare le proprie tasse all’ombra di una noce di cocco.

L’escamotage risulta intuitivo, prevedibile se si osserva con attenzione le manovre fiscali dei paesi dell’Unione, i quali acconsentono poiché fagocitati dalla certezza che queste agevolazioni fiscali porteranno un incremento sostanziale degli investimenti nel proprio paese da parte di aziende estere. E per molti casi è proprio così, ma a quale prezzo? Si può davvero subordinare l’equità e la giustizia sociale nei confronti dei cittadini e contribuenti in nome di una mossa economica mirata ad agevolare lo sfruttamento del plusvalore prodotto da ogni singolo lavoratore, sfruttato e dipendente precario?

Il problema della concorrenza fiscale resta incarnato nell’ideale europeo di una comunità consumista, che non conosce altra verità che la disillusa ed ipocrita realizzazione di sé. È evidente come questa Unione delle comunità – che idolatra lo sviluppo ad ogni costo del progresso e delle interconnessioni – non è altro che un’istituzione consolidata e perpetuata nell’ordine di prediligere lo sviluppo capitalista della società moderna.