C’è la violenza sessuale che profana il corpo: si chiama stupro. Ma il male ha mille facce e una creatività inesauribile. Nell’ingenua illusione che il mondo virtuale sia un paradiso etereo, incontaminato, lontano da quello reale, possiamo cadere nella tentazione di affidargli la nostra più segreta intimità. Gli scenari che si profilano sono tra i più diversi. C’è chi ha riposto la propria fiducia nella persona che amava ed è stato tradito; c’è chi, invece, è l’ignara vittima di un furto di dati personali attraverso un cloud; e c’è chi, ancora, è stato fotografato o filmato in momenti intimi a propria insaputa e contro la propria volontà. In un attimo, con un semplice tocco sullo schermo dello smartphone, il file viene condiviso e condiviso e condiviso ancora, lanciato a vagare per lo spazio cibernetico, in balia di schifosi sguardi famelici e pensieri impronunciabili. Ogni risatina di sottecchi, ogni commento lascivo, ogni giudizio perbenista è un atto di violenza che si potrà ripetere, idealmente, all’infinito e per l’eternità. La polizia postale e le piattaforme potranno spendere tutte le proprie energie per rintracciare ogni singolo frammento digitale disperso, ma chi ci garantirà mai che in qualche remoto angolo del web, o su qualche telefono o computer quell’immagine non sia ancora lì, seppur indebitamente, a testimoniare l’incredibile potere che consegniamo nelle mani della tecnologia e di chi la usa? Quante ragazze, spesso minorenni, sono state ricattate con scatti intimi che le ritraevano per farsene inviare degli altri? E ancora: quante fotografie di donne sono (ab)usate come forma di intrattenimento perverso su disgustosi gruppi Telegram, in cui gli utenti godono nel vomitare in chat le loro fantasie più raccapriccianti e violente?

Questo fenomeno, che rientra a pieno titolo nelle violenze di genere, è stato battezzato revenge porn, ma non figura – ancora – come reato specifico in Italia. Le vittime possono solamente appellarsi al reato di violazione della privacy per ottenere un po’ di giustizia, ma è chiaro che non può essere sufficiente. I reati virtuali mietono vittime reali. Tiziana Cantone – trentunenne napoletana suicidatasi nel 2016 dopo che alcuni video sessuali privati in cui compariva erano stati diffusi su WhatsApp e su internet –  ne è un drammatico esempio. Per questo motivo, l’associazione Insieme in Rete, dal dicembre 2018, si è fatta convinta sostenitrice di una petizione online affinché il revenge porn venga incluso come reato nel codice penale.

Ma veniamo ora ai fatti di questi giorni. Pareva che tutte le forze politiche avessero recepito l’impellenza di questa istanza, tanto che il 28 marzo scorso la Camera è stata chiamata a votare – a scrutinio segreto – l’emendamento, promosso da Liberi e Uguali e Forza Italia, che mirava a inserire nel ddl “Codice Rosso” – contro le violenze di genere – anche il reato di revenge porn, definito come la diffusione illegittima, in quanto non consensuale, di materiale intimo.

Alla votazione è seguita però una brutta sorpresa: i voti contrari – 232 – superano quelli a favore – 218. Responsabili della bocciatura sono le forze politiche al governo: M5S e Lega. Il Parlamento insorge: le deputate di FI occupano i banchi del governo dell’Aula di Montecitorio. A indignare è stato soprattutto l’atteggiamento dei Pentastellati, che contro il revenge porn hanno depositato una proposta di legge lo scorso febbraio! Per non parlare del caso che ha visto recentemente vittima la stessa deputata Cinque Stelle Giulia Sarti. Perché dunque votare contro? Le repliche non si sono fatte attendere. «Il disegno di legge proposto dal Movimento – dichiara l’ufficio stampa – è più organico e prevede dei percorsi educativi strutturati. Formulare il reato in questi termini è davvero troppo approssimativo e sbrigativo». O non sarà forse, come hanno suggerito diversi parlamentari all’opposizione, che il M5S voglia prendersi il merito esclusivo del provvedimento? Sta di fatto che in serata il siparietto si è fatto ancora più divertente. Di Maio, da Washington, dichiara: «Martedì si deve votare l’emendamento sul revenge porn, un primo passo per poi passare anche alla legge che abbiamo già depositato in Parlamento. Non so cosa voglia fare la Lega». Il vice-premier non solo cambia le carte in tavolo – facendo fare, peraltro, una pessima figura ai suoi parlamentari – ma rincara la dose e non perde occasione per pungolare il suo alleato di governo, rispetto al quale si è smarcato a più riprese negli ultimi giorni. Tutta strategia per risollevare i consensi dopo gli ultimi sondaggi in vista delle Europee? Può darsi.

Certo è che le vittime di revenge porn non meritano di essere strumentalizzate per delle becere finalità elettorali, per di più perseguite con una tale mancanza di stile politico. Al di là delle polemiche e delle grossolanità del caso, si spera che le promesse di Di Maio, Conte e Salvini vengano mantenute domani in Aula, così che un primo passo verso la definizione di un reato così rilevante in una società della vergogna quale è la nostra possa essere finalmente fatto.