Il 18 dicembre in piazza Montecitorio, a pochi passi da Palazzo Chigi, la Federazione Nazionale della Stampa Italiana (Fnsi) ha chiamato a raccolta tutto il mondo della stampa per esternare la propria contrarietà alla manovra economica, la quale attraverso l’emendamento Patuanelli opera un energico taglio dei contributi alla già esanime editoria. Il presidente Giuseppe Giulietti ha spiegato il motivo della protesta, con queste parole:

Siamo qui per dire no all’emendamento alla legge di Bilancio che prevede di arrivare entro 4 anni alla cancellazione definitiva di ogni contributo, quindi che colpirà, per usare l’espressione del presidente Mattarella, le voci delle diversità e delle differenze. Si incomincia con il fondo dell’editoria, poi Radio Radicale, poi toccherà al fondo dell’emittenza e al fondo delle agenzie. L’obiettivo è cancellare le voci critiche, è consentire che l’informazione si faccia solo in Rete e senza domande.

La libertà di informazione sta a presidio del “pluralismo”, valore fondamentale – come ha detto il presidente Mattarella – «per la tenuta democratica del Paese». Questa rivista, come è risaputo, non ama la retorica, né ambisce a dire la sua sempre e nonostante tutto. Certa stampa, certi carrozzoni pubblici, desueti e stantii che non hanno altra funzione se non quella di far impennare la spesa corrente vanno chiusi, non ci sono dubbi. Che l’ordine dei giornalisti vada ripensato nella sua funzione e ridisegnato nella sua struttura è una proposta che ci sentiamo di sottoscrivere immediatamente. Siccome non siamo estranei al mondo che c’è attorno a noi, siamo persuasi che non ogni “foglietto” di pseudo movimento o cripto partito possa essere ammesso ad abbeverarsi alla fonte di stato. Ma qui si parla di altro, ed ecco perché è necessario che si spieghino concretamente i rischi che si possono correre se la manovra di bilancio resta così com’è.

L’emendamento del M5S pur non abolendo il fondo per il pluralismo, a cui restano in dote 180 milioni, taglia i contributi diretti alle imprese di editrici di quotidiani e periodici, di cui al decreto legislativo 15 maggio 2017, n. 70. I tagli previsti dall’emendamento saranno progressivi: per il 2019 l’importo erogabile subirà una riduzione del 20%; per il 2020 la riduzione sarà del 50%; per il 2021 del 75% ed, infine, a decorrere dal 1 gennaio 2022 vi sarà l’abrogazione totale dei contributi. Secondo Articolo21 «a subire le conseguenze subito sono almeno 24 giornali, tra cui spicca Il Manifesto, in compagnia dell’Avvenire e di numerosi fogli locali», oltre a Radio Radicale.

Ma le “sorprese” non finiscono qui, e ci riferiamo non solamente al fatto che non si è torto un capello a quella «struttura mangiasoldi – come l’ha definita Vittorio Feltri nel suo editoriale del 17 – [che] è la Rai, che ha 10.000 dipendenti (oltre la metà inutili) retribuiti non solo dagli abbonati, tramite il canone obbligatorio: è un dato [infatti] che i forti passivi […] vengono ripianati dal Tesoro con denaro pubblico». Inoltre, in aggiunta a tutto ciò, va ricordato che Palazzo Chigi, dai soldi risparmiati, ne destinerà “discrezionalmente” una quota parte per promuovere «la cultura della libera informazione plurale, della comunicazione partecipata e dal basso…».

Difficilmente – crediamo – la discrezionalità premierà le voci critiche.