“Voglio dire alle autorità russe che il nostro bersaglio non siete voi, ma il regime. Non opponetevi”. Questo il monito del Presidente turco Recep Tayyip Erdogan dopo l’ennesimo attacco contro le Forze governative siriane. Immediatamente, il Segretario di Stato americano Mike Pompeo ha twittato il suo sostegno alla Turchia. Ma c’è qualcosa di fondamentale che i media occidentali, se hanno parlato della questione, hanno “dimenticato” di evidenziare: la Turchia in Siria è una forza di invasione, alleata con i terroristi rimasti nella regione di Idlib. Questo è diventato evidente con l’operazione Fonte di Pace, nella quale la Turchia ha svelato il suo ruolo di burattinaio, attaccando le YPG assieme ad alcuni gruppi jihadisti. Tra questi non poteva mancare Ahrar Al Sharqiya, formazione dei cosiddetti Ribelli Siriani, fondata da alcuni fuoriusciti di al-Nusra nel Governatorato di Deir ez-Zor. A seguito di ciò, la questione siriana è stata “messa in pausa” dai nostri canali di informazione, in attesa che noi spettatori ci dimenticassimo che i “democraticissimi” Ribelli Siriani, eletti a difensori del popolo contro il “crudele dittatore Hassan” (come direbbe la Senatrice Loredana De Petris), avevano massacrato i curdi, altro simbolo tutto occidentale della “resistenza” antigovernativa. Sembra però che le veline di Washington siano riuscite a coprire questo cortocircuito perché, “timidamente”, stanno ricominciando a trapelare notizie sulla situazione. Mentre l’Esercito governativo continua battersi per liberare il suo Paese, noi occidentali insistiamo, imperterriti, con l’accusarlo di massacrare il popolo, e glissiamo, con la gioia e la tenacia che solo l’inconsapevolezza (o la malafede) sa dare, sulla Turchia che, per assicurarsi sezioni di confine, sta rafforzando la presenza dei terroristi in Siria. Intanto, dal Mediterraneo, due veicoli aerei senza equipaggio hanno tentato di attaccare la base aerea militare russa Khmeimim. Secondo il Ministero della Difesa russo sembra che questo sistema sia già stato utilizzato dagli americani per provare ad attaccare la base; guarda caso, era presente in zona un aereo militare americano Boeing P-8A Poseidon.

È ormai impossibile negare (ma, d’altronde, per i nostri giornalisti nulla è impossibile) che la guerra in Siria non ha nulla a che fare con la “lotta la terrorismo”, ma è fondamentale per stabilire gli equilibri geopolitici di un mondo che si sta avviando verso il multipolarismo. Sono state scatenate tre fazioni contro l’Esercito Arabo Siriano (le Forze governative), ciascuna con uno sponsor internazionale. Le YPG hanno dalla loro parte gli Stati Uniti (anche se questi hanno lasciato il passo all’aggressione turca), l’ISIS è sponsorizzato dalle petromonarchie, mentre l’Esercito Libero Siriano, adesso chiamato Esercito Nazionale Siriano, ha tutt’ora il sostegno della Turchia. I Ribelli sono diventati l’Esercito Siriano Nazionale alla fine del 2017, poco prima dell’operazione Ramoscello d’Ulivo contro i curdi. Lo scopo di tutto ciò è dividere il Paese lungo le sue linee di faglia etnico-religiose, mentre il propagarsi di sigle confonde lo spettatore occidentale. Questo non va tenuto a mente solo quando si parla di Siria; al momento, in Libia sono proprio alcuni dei mercenari che erano stati scagliati contro il Governo di Damasco a combattere al fianco di Fayez al-Sarraj e degli USA, e si sono “uniti al banchetto” proprio al seguito del Presidente Erdogan. Questi continua ad oscillare tra Stati Uniti e Russia (gli Accordi di Astana e l’acquisto del sistema missilistico da difesa aerea S-400 ne sono un esempio) per provare ad imporsi come protagonista, rendendo palese la sua inaffidabilità come interlocutore. È ormai evidente che la politica internazionale non cerca soluzioni alle crisi, le provoca.