È forse una novità che all’interno delle istituzioni europee il concetto di democrazia sia l’ultimo della lista? Di certo non si può dire che chi si trovi a rappresentarle non recepisca con diligenza uno dei principi chiave che viene riportato nei Trattati: la stabilità. Non si parla della stabilità dei prezzi in questo caso, bensì dell’immobilismo che caratterizza le nomine. Quelle avvenute ieri per la Commissione Europea ad opera di Ursula Von der Leyen, Presidente designata anche grazie ai voti degli ormai furono “antisistema” nostrani, ne sono un perfetto esempio. La stessa stabilità si conserva per quella che è una costante nella formulazione dei nuovi assetti istituzionali in Europa e si tratta dell’irrilevanza dell’Italia.

La Commissione Europea non è un organo dall’elezione diretta. Costituisce infatti un’istituzione indipendente con svariati poteri esecutivi (tra i più rilevanti troviamo l’iniziativa legislativa, la possibilità di stabilire sanzioni verso gli stati membri e la gestione della spesa e dei fondi strutturali) per cui le posizioni al suo interno sono altamente ambite dai rappresentanti politici degli stati. Esser seduti in quel consesso, significa avere qualche possibilità in più, in alcuni casi la spudorata certezza, di essere al riparo da procedure di infrazione per la violazione dei parametri di Maastricht o detenere garanzie sull’ottenimento di più fondi per il proprio paese di appartenenza. Una sedia che fa gola, al di là dell’indipendenza dell’istituzione dal volere popolare e del menefreghismo verso i problemi popolari che ne deriva, poiché garantisce quel tanto di indulgenza ad alcuni governi prescelti, che può bastare per non far infuocare eccessivamente i cittadini e prolungare così la permanenza nella gabbia europea più a lungo possibile.

Sta di fatto che alla luce delle nuove nomine tra i vicepresidenti ci siamo ritrovati i soliti volti noti dell’austerità, da Timmermans, già vicepresidente della Commissione Juncker oggi nuovamente vicecommissario con delega al clima (Greta approved), alla Vestager, ex commissaria alla concorrenza ora vicepresidente con delega al digitale, ed infine nientemeno che Vladis Dombrovkis, colui che da sempre bacchetta l’Italia sulle virgole della spesa pubblica, il più intransigente sulla rigidità dei conti. Non solo, il vicecommissario Dombrovskis, nella nuova veste da delegato ai servizi finanziari, avrà una funzione da vero e proprio vigilantes su Paolo Gentiloni, il novello commissario agli affari economici monetari, la cui nomina ha provocato così tanta fierezza nel governo italiano fresco di fiducia. Laddove alle ipotesi di uomini della Lega per il commissario alla concorrenza si opponevano resistenze, per un uomo rassicurante come Gentiloni si è materializzata una nomina lampo, certi che sarà supino alle richieste di Bruxelles e che assumerà il ruolo di sorvegliato speciale dal falco Dombrovskis, con buona pace dei 5 stelle, la cui rivoluzione è oramai evaporata nell’aria, dopo aver fatto dono ai nuovi alleati di ogni singolo ministero che abbia a che fare con l’Unione Europea.

Non penserete mica che un italiano possa dettar legge, né tantomeno politica economica, mettendo a repentaglio la gerarchica egemonia che i paesi del Nord hanno costruito con così tanta fatica negli anni… Dombrovskis sarà il nostro ministro dell’economia, senza nemmeno varcare la soglia del MEF a Roma. Godrà di rinnovati poteri, oltre a quelli che l’esser commissario già gli assicurano e coordinerà le mosse dei paesi membri in ambito economico. Si intuisce per caso la fregatura?

Al fine di giustificare gli allentamenti sul Patto di stabilità fatti su misura per il crollo delle esportazioni tedesche, è stata portata a termine una fine operazione di maquillage, con una leggera pietas per i popoli vessati dalle regole di bilancio, un pizzico di pentimento per l’austerity passata (non preoccupatevi, ci accompagnerà ancora) e parecchia dose di teatrale ambientalismo, che oggi sta bene su tutto.

Cosa si può volere di più? Il Partito Democratico ha fatto tombola, perpetrando la sua secolare tradizione di asservimento ai bisogni franco-tedeschi, annientando velleità riformiste in Europa e riuscendo (forse) ad ottenere quel minimo di flessibilità che può trascinare il carretto sgangherato del governo giallo-rosso ancora per qualche tempo. Si ringraziano per la gentile concessione i paesi europei trainanti che non se la stanno passando benissimo, ad ulteriore dimostrazione che le ricette economiche adottate sin ora, nonostante tali paesi le abbiano sfidate per deficit e bilancia commerciale, non funzionano.

L’elasticità sui bilanci non avverrà senza qualcosa in cambio, non per l’Italia. La flessibilità non è mai gratis, né per gli amici, né per i sottoposti. L’Italia, in questa giostra, è pur sempre un paese subalterno.

Se rispettiamo quelle regole, questo andrà a beneficio di tutti noi. Roberto Gualtieri sa esattamente che cosa avviene a livello europeo, che cosa è stato concordato e quali sono le aspettative.”, parola di Von der Leyen.