In merito all’annunciato piano di fusione tra le case automobilistiche Fca e Renault, sono state ripetute un numero considerevole di volte frasi del tipo escono tutti vincitori” e “tutti ne trarranno vantaggio. Il messaggio è ribadito talmente spesso – dai diretti interessati e da esponenti politici francesi e italiani – che qualche malpensante, come noi, rischia di sentirsi ronzare nelle orecchie l’antico adagio della Prima Repubblica “a pensar male si fa peccato, ma si indovina”.

La notizia è questa: il 25 maggio scorso il Financial Times ha diramato l’indiscrezione secondo cui erano in corso “trattative avanzate” tra Fca e Renault per la conclusione di un’alleanza funzionale alla creazione di un colosso dell’auto made in Europe, che potesse concorrere a livello internazionale. Dopo i primi “no comment”, i rappresentanti delle due case automobilistiche, il 27 maggio, hanno rotto il riserbo e hanno comunicato che effettivamente si è aperto un tavolo di trattative a seguito della proposta di Fca di operare una fusione alla pari con Renault. Un’operazione che, se andrà in porto, vanterà la paternità del nuovo amministratore delegato di Fca Mike Manley, ma che indubbiamente risulterebbe essere il frutto dell’eredità lasciata da Sergio Marchionne, il quale, nel lontano 2008, aveva profetizzato che sarebbero rimaste solo sei case automobilistiche dopo la crisi e che quindi, in un mondo in cui la tecnologia incorporata delle auto diventa ogni giorno più costosa, era necessario creare alleanze.

Veloce come il vento – all’incirca un’ora dopo la conferma della notizia – il governo francese, per bocca del portavoce dell’esecutivo Sibeth Ndiaye, si è detto “favorevole” all’accordo, salvo poi, tramite le parole del ministro dell’Economia Bruno Le Maire, porre quattro indiscutibili condizioni – ricordiamo che lo Stato transalpino detiene il 15% del capitale di Renault e il 22% dei diritti di voto.  La prima riguarda la conservazione dei posti di lavoro e l’assicurazione che gli stabilimenti in Francia rimangano aperti e operativi. La seconda condizione pretende che l’operazione venga eseguita “nel contesto dell’alleanza Renault-Nissan” che, a detta del ministro, la Francia intende “rafforzare“. Sì, perché in questo matrimonio di convenienza non si può sottovalutare che da vent’anni la casa francese è legata da un’alleanza con il gruppo giapponese Nissan, con la quale condividono tecnologia e componenti dei veicoli, e in cui è subentrata anche Mitsubishi nel 2015. Una presenza ingombrante e che potrà porre ulteriori regole. La terza garanzia richiesta riguarda la governance del futuro insieme: “Gli interessi francesi devono essere ben rappresentati“, avverte Le Maire. Infine, la quarta e ultima condizione è che questo nuovo gigante automobilistico partecipi all’iniziativa lanciata con la Germania per creare un’industria europea delle batterie.

Insomma, il governo Francese ha le idee chiare su come dovrebbe avvenire questa storica fusione. E quello italiano? Il nostro esecutivo si è espresso per bocca del presidente della Commissione bilancio della Camera, il leghista Claudio Borghi e poi del vicepremier Matteo Salvini. Entrambi hanno accolto favorevolmente la prospettiva, ma non si sono sottratti al gioco di forza con gli omologhi francesi:  “Se fosse richiesta, una presenza istituzionale italiana sarebbe assolutamente doverosa” ha dichiarato infatti Salvini, aprendo la strada all’ipotesi che lo Stato italiano possa eventualmente chiedere una partecipazione per eguagliare le partecipazioni statali francesi. Ma quali sono gli attuali rapporti tra lo Stato italiano e Fca? Non sembra che il Lingotto senta di dover rendere conto al governo italiano, mentre Manley e il presidente di Fca John Elkann si sono recati più volte a Parigi dall’inizio dell’anno per lavorare all’intesa. E, poi, quanto incideranno nell’evoluzione del progetto i precari rapporti tra il governo italiano e quello francese? Siamo sicuri che Elkann farà sedere nella stanza dei bottoni quel Salvini che nel giugno scorso definì Macron “un signorino educato che beve champagne”?

Dal punto di vista dei diritti dei lavoratori coinvolti, la prospettiva non è né più rosea né tantomeno più chiara: in una nota, Fca ha fatto sapere che non verranno chiusi gli stabilimenti in Italia. Ma gli operai italiani e la Fiom-Cgil sono preoccupati delle c.d. “sovrapposizioni”, ossia i casi di produzioni di modelli della stessa gamma che rischiano – appunto – di sovrapporsi sul mercato, come la Panda e la Renault Clio. La storia insegna che i governi e i sindacati francesi sono molto più bravi dei colleghi italiani a tutelare i propri interessi. Si veda la recente questione Fincantieri-Stx e il veto posto da Emmanuel Macron. Se qualche testa dovesse cadere siamo certi che quelle italiane saranno ben ancorate al collo?

È vero, non è mai bello cercare la pars destruens nelle cose, ma quando parliamo di Fca e della capacità dello Stato italiano di tutelare i propri interessi, la partita risulta spesso persa in partenza. Considerato che il frutto di questa fusione sarà una holding olandese e che la fusione comporterà il dimezzamento della quota di Exor (l’azienda controllata dagli Agnelli che attualmente detiene il 28,9 % di Fca) nell’azionariato complessivo della nuova società, ci sembra di poter dire che sicuramente le decisioni del nuovo colosso dell’auto non verranno prese a Torino. E allora consentiteci di pensar male.