Fino a pochi giorni fa chi scrive conosceva il termine Gig, per ignoranza o per scarsa propensione allo slang dei padroni del mondo, soltanto grazie alla quinta traccia del colossale ottavo lavoro in studio dei Pink Floyd. Rispetto ai 4 minuti e 47 incisi da Gilmour e soci, la cosiddetta gig economy è naturalmente altra cosa, molto meno poetica e molto più squallida: si suole infatti intendere con quel costrutto “l’economia dei lavoretti”, festone di lettere che copre l’ennesima forma di sfruttamento contemporaneo.

Il lavoretto in questione, beninteso, è un impiego a tutti gli effetti svolto in maniera continuativa dai working poors, altra invenzione d’oltreoceano per indicare quegli sventurati che, pur ricevendo un salario, rimangono in condizioni di indigenza permanenti. Al salario da fame, naturalmente, corrisponde la totale assenza di diritti contrattuali: ferie, permessi, tutele individuali e collettive sono cancellate dai pochi spicci elargiti dai munifici padroni della nuova schiavitù digitale. In tal senso, la battaglia dei tassisti contro Uber aveva prefigurato un nuovo e complesso tema all’interno del già disastrato mondo del lavoro in Occidente. Le nuove tecnologie, lontane dal loro impiego a favore dell’uomo, sono diventati sofisticati strumenti di sfruttamento e oppressione al riparo da qualunque legislazione. Tra le panzane del liberismo, l’innovazione pagata dai salariati sulla propria pelle è comunque sviluppo. Si vuol forse fare del luddismo nel 2018?

Nel contesto ideologico di un gregge appariva abbastanza prevedibile la pronuncia del tribunale del lavoro di Torino in merito al caso Foodora. Riconoscere come lavoratori autonomi i fattorini dell’azienda tedesca ha permesso infatti ai giudici di annullare le richieste dei licenziati, di colpo esautorati dalla piattaforma di consegne a domicilio senza alcuna comunicazione (figurarsi indennizzo…) in seguito alla loro partecipazione a una manifestazione di protesta contro le loro condizioni di impiego. Sfruttati, malpagati, costretti a indossare un bracciale per essere geolocalizzati, i riders di Foodora hanno ottenuto dalla giustizia l’ennesima riprova della loro condizione di precarietà sociale, economica, umana. Poco importa che il gig worker lavori per meno di 100 euro al mese, sia in realtà ben più maturo di quanto si pensi e che offra il proprio sudore per integrare con altra fatica il reddito proveniente da un’altra occupazione. Gli affari sono affari, e il Capitale non è certo un istituto di beneficienza. O accetti 5 euro e 60 di retribuzione lorda oraria o via, pedalare.

Squarciato il velo della propaganda, ogni settore della vita contemporanea mostra le storture imposte dalle esigenze dell’attuale modo di produzione: svilimento del lavoro, svalutazione del salario, corsa al ribasso senza tutele né garanzie. Uno scenario sì atroce, in cui i padroni imperano senza alcun timore, è permesso da un lato da uno stato ridotto a comitato d’affari di un’élite stracciona, dall’altro da una macchina mediatica e culturale in grado di obnubilare simili crimini con la melassa dell’ideologia ultramodernista e vuota. Nel mezzo, intanto, esseri umani resi schiavi e cose annaspano per pochi euro al mese, in una vita tramutata in galera.

Si obietterà che non esiste alternativa, che il futuro è adesso e altre banalità da 15enne idiota. Allo sviluppo della tecnica uno Stato serio, espressione cosciente del proprio popolo, accompagna e impone il progresso sociale e culturale. Lontano da luddismi e decrescismi infelici, noi riteniamo le macchine e le nuove forme di lavoro neutre rispetto al loro utilizzo: occorre però intendere per chi  e per che cosa si fatica. Se lo si fa per quei pochi che vogliono profitti smisurati, zero responsabilità sociali e potere illimitato si ottiene l’infernale realtà contemporanea fatta di precarietà e miseria. Appare infantile, se non peggio, ritenere allora che chi oggi sfrutta e sciala domani si auto-regoli eliminando guadagni e potere: non si può chiedere ad una classe di operare per conto di un’altra. Se, viceversa, le masse diventano protagoniste nel governo dello stato e della produzione, cioè si disciplinano da sé senza padroni e servi, esse possono determinare di lavorare meno per lavorare tutti e meglio, demolendo costruzioni vecchie di due secoli e da duecento anni fallimentari.

Si realizzerebbe, in fondo, il significato profondo della nostra Costituzione scolpito all’articolo 3 da Lelio Basso:

rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Di quel compito fondamentale della Repubblica noi, a differenza dei giudici di Torino, non ce ne siamo certo dimenticati.