Il Meccanismo Europeo di Stabilità (MES) è uno di quei passi che all’interno del processo programmatico di Unione Monetaria scotta come tizzoni ardenti, tant’è che l’unica via percorribile risulta non parlarne affatto. Dalla fase della taciturna trattativa politica con le istituzioni europee per la recente riforma, conclusasi in gran segreto a giugno, sino alle pagine di giornale, tutti l’hanno visto passare per caso in qualche ritaglio di cronaca, pochi ne conoscono sembianze ed intenzioni. Pare quasi che non esista. E se anche esistesse, ecco che allora ci pensa il Sole 24 Ore a mistificarne la natura, tanto che il 16 novembre pubblica un pezzo dal titolo: “Visco: «Bene la riforma dell’ESM, ma serve un safe asset europeo»” – nonostante in questi ultimi giorni, in cui sia la Commissione Bilancio della Camera che la Commissione Finanze al Senato sono impegnate nelle audizioni circa la manovra, se ne sia discusso abbondantemente e in termini tutt’altro che incoraggianti.

Facciamo un passo indietro. Lo potete trovare più facilmente indicato come MES, ESM o con il più grottesco appellativo di “fondo salva-Stati” e l’Italia vi ha aderito nel 2012 impegnandosi a versare come quota d’iscrizione ben 125 miliardi di euro dei 700 totali. Nella sostanza si tratta di un organo intergovernativo non elettivo (non dissimile da una società per azioni, anche per sua struttura) nato come fondo finanziario europeo finalizzato con vaghezza al mantenimento della stabilità. Il tutto si basa su un giro illogico di perenne insolvenza fra gli Stati firmatari del Trattato fondativo, i quali assomigliano in tutto e per tutto a dei soggetti debitori associatisi fra loro, e con tale status quo da privati, più che da Stati sovrani, contrattano con il MES per stabilire le condizionalità dei suoi interventi. Non si fantasticherà forse che l’aiuto da parte del fondo sia gratuito e la ristrutturazione del debito piova dal cielo… al contrario: ciò che va contrattato in punta di prestito è quanto di più caro abbia un soggetto pubblico di questa entità: le politiche economiche, fiscali e monetarie. Insomma: ogni Stato non dotato di sovranità monetaria è già in perenne debito con un soggetto terzo di per sé, quindi pagherà la sua appartenenza al MES con del denaro preso in prestito e qualora avesse necessità di usufruirne per mancanza di liquidità si farebbe prestare quegli stessi soldi che si era già fatto prestare in precedenza. Un abominio totale. Ma tant’è, si tratta della (il)logica europea per tenere al guinzaglio ogni suo membro tramite palese ricatto. Aggiungiamo, a titolo informativo, che tra gli aberranti poteri del MES – il quale sulla carta gode di immunità da ogni forma di giurisdizione – vi è quello di poter acquisire ed alienare beni mobili e immobili dei paesi aderenti in qualsiasi momento, poiché intende porsi al di sopra degli stessi ordinamenti nazionali.

Se questo quadro da incubo non bastasse già di per sé, pochi giorni fa l’audizione conclusiva in Commissione Bilancio, presieduta da Claudio Borghi e tenuta da Giampaolo Galli, vicedirettore dell’Osservatorio sui conti pubblici italiani – di certo non un economista di quelli “sovranisti e cattivi” che la stampa annovera tra i maggiori fautori d’innalzamento dello spread -, non ha lasciato dubbi. Le modifiche apportate in sede di ridiscussione del trattato istitutivo, terminate a giugno, di cui il capogruppo della Lega alla Camera, Molinari, lamentava il silenzio da parte di Conte e la mancanza di verbali da consultare in merito, non sono lontanamente soddisfacenti proprio nei punti più controversi enucleati poco sopra. Galli conviene, seppur smorzandone i toni, con l’affermazione espressa da uno dei deputati presenti che definisce il MES uno strumento di coercizione per la politica economica dei paesi e contemporaneamente allontana l’idea che esso sia un mezzo di pura solidarietà, in primis perché la prospettiva d’azione è pur sempre quella dell’erogatore del prestito – e non dell’interesse comune europeo -, infine per via dell’unica reale preoccupazione da parte dei paesi associati: proteggersi da una prospettata crisi dei paesi periferici.

Il punto più inquietante è che rimangono le condizioni poste per la ristrutturazione del debito, definite duramente dallo stesso Galli come “una sorta di bail-in applicato a milioni di persone, un evento di gran lunga peggiore di ciò l’Italia ha vissuto negli ultimi anni a causa dei fallimenti di alcune banche”. Peraltro persino un insospettabile Ignazio Visco, governatore della Banca d’Italia, al seminario congiunto OMFIF-Banca d’Italia, si è rifiutato di dare la sua benedizione a questa riforma, bollandola come portatrice di “rischi enormi”; soltanto l’esempio greco di impiego del fondo poteva avvalorare degnamente questa tesi ormai largamente condivisa sul tema da tutte le principali autorità italiane – è chiaro che non si tratti più di una critica “di nicchia” -, che non ritengono minimamente ottimale la trasformazione da MES a FMI europeo. Non resta che chiedersi quale film abbia visto dalla redazione del Sole 24 Ore per archiviare in toni così rosei la pratica fondo salva-Stati!