Chissà che facce hanno, gli uomini e le donne che durante la fuga dei cinquantuno alunni dall’autobus in fiamme per mano di Ousseynou Sy, «anziché prestare un soccorso, sono rimasti fermi a filmare – filmare il terrore, filmare i pianti, filmare le invocazioni disperate – e postare i video sui social network». Piacerebbe proprio vederli in faccia. Scorgere nei loro occhi, drogati dalla Rete su cui passano gran parte delle loro miserabili vite, un barlume di sensibilità. Verificare se c’è ancora dell’umanità, o se hanno cervello e cuore piatti come lo schermo dei loro telefonini.

E’ un particolare sfuggito alle feroci diatribe che hanno visto scannarsi le fazioni sul valore politico di un attentato crudele quanto bislacco, messo in atto da un soggetto borderline che per vanagloria solitaria ha immondamente giocato al massacro con le vite di innocenti ragazzini, in nome di una vendetta personale contro i respingimenti di immigrati di cui non si è nemmeno pentito (ispirata da un’idea, detto en passant, che per macabra ironia combacia con la tesi anti-immigrazionista: «perché l’ho fatto? Per mandare un segnale all’Africa. Gli africani devono restare in Africa»). Un tentativo abortito solo grazie a uno degli ostaggi, Ramy Shehata, sveglio quattordicenne egiziano che anziché attendere altri quattro anni otterrà per direttissima, come peraltro merita, la cittadinanza italiana, e grazie ai carabinieri autori di un’operazione da maestri.

Due inumanità a confronto. Una, nient’altro che malvagia, quella del senegalese cittadino italiano incredibilmente autista nonostante i precedenti di alcol e persino di un tentato abuso su una minore, che s’inventa terrorista mancandoci tanto così che compisse una strage. L’altra, quella degli automobilisti spettatori sbavanti come davanti a un film o a un video su internet. Non vien di meglio che definirla, più che banalità, imbecillità del male. La prima, tragica, paurosa, ignobile, perché non c’è nulla di nobile nel mettere in pericolo dei giovanissimi, poco più che bambini, per un’«azione dimostrativa». La seconda, grottesca, surreale, ignobile anch’essa. Anzi peggio, idiota, perché non c’è niente di umanamente comprensibile in un decerebrato che pensa subito al proprio Facebook o Instagram mentre a pochi metri c’è chi rischia la pelle. Qualche giorno di gattabuia servirebbe anche a loro, come minimo. Per riflettere sulla differenza fra ciò che è reale e ciò che non lo è, fra l’empatia e l’indifferenza, fra il terrore vissuto e il videogame su cui farsi le seghe mentali. Fra essere cretini, e non esserlo. Confine sottile per troppi, ormai.

Ma non c’è solo questa Italia incattivita e troglodita. C’è anche quella di Alessandro Orsetti, il padre di Lorenzo, volontario andato a combattere coi curdi contro l’Isis, caduto l’altro giorno in guerra. Queste le sue parole, rilasciate al Corriere della Sera (che, al netto della sua linea di “guardia bianca” del sistema, grazie ai suoi cronisti resta il miglior giornale italiano): «Io e mia moglie siamo molto orgogliosi. Nostro figlio ha deciso di affrontare una lotta importante e giusta, anche se al tempo stesso sapevamo essere molto pericolosa. Tutte le volte che ci siamo sentiti da quando era arrivato in Siria, gli ho sempre dato il mio sostegno, gli ho sempre espresso il mio apprezzamento». Così parla un padre, così parla un uomo. Nessun piagnucolio, niente strazi mammoni: solo ammirazione per chi, venuto dai propri lombi, ha sacrificato la propria esistenza, l’unica che abbiamo tutti, per qualcosa di più di “sistemarsi”, di mettersi tranquillo e aspirare alla vecchiaia senza traumi.

«Mio figlio di fatto combatteva contro il fascismo, come un partigiano», ha aggiunto il signor Orsetti. Non interessa qui discutere se sia corretto equiparare quei cultori di un Islam sanguinario e caricaturale ai fascisti, i fascisti veri, di una volta. Quel che importa è che Lorenzo ha avuto il coraggio morale di offrire sé stesso per un ideale. E che suo padre lo ha benedetto in vita e in morte. Quanti papà di oggi direbbero lo stesso? Pochi, pochissimi, noi crediamo. Mentre tanti, tantissimi sono gli pseudo-adulti, magari con prole a carico che davanti a una battaglia in corso, fra gli spari e le urla, scatterebbero nel riflesso pavloviano di girare il loro bel video per pubblicarlo sul social network di fiducia. Sempre che non arrivasse loro, nel frattempo, una pallottola in fronte. Non ne sarebbero degni.