Ci auguriamo, quando le generazioni future celebreranno il primo maggio, che la festa rappresenti realmente un momento preminente di orgoglio, fierezza e soddisfazione per il raggiungimento concreto e meritato di un traguardo. Oggi, purtroppo, chi solennizza questa ricorrenza o è in mala fede o è uno sciocco. E ci è davvero penoso stabilire chi tra i due sia peggio. Tutto questo non lascia nient’altro nell’anima che un senso di profonda ed estenuante tristezza. Un dolore che si fa più forte, si inasprisce di ora in ora, nella consapevolezza che molti dei “protagonisti” che questo giorno esalta, e idealizza in una tirannica e patetica eroicità, continuano a morire e a non fare più ritorno a casa.

Questi lavoratori, queste vittime innocenti di una guerra invisibile, ingiusta e fratricida, non sono più qui, a raccontare cosa significhi per loro il 1° maggio: la vita gli è stata strappata via, per sempre, e nel modo più barbaro e brutale che la nostra civiltà, che tanto ama ritenersi evoluta, conosca. Non sono nient’altro, oramai, che fantasmi solitari, eterni viandanti nella notte del mondo, il cui grido disperato di dolore rimarrà per sempre inascoltato, strozzato in gola, e i cui rantoli saranno coperti dalle urla dei cantanti, che dall’alto del palco intratterranno un pubblico menefreghista di giovani gaudenti, e dal gracidare pomposo dei conduttori televisivi che dalle piazze più importanti d’Italia proclameranno a gran voce che il progresso sociale è stato finalmente e faticosamente raggiunto, e che possiamo, a giusta ragione, rilassarci per un attimo e goderci la meritata vittoria.

Antonio Caggianese, non fa parte della schiera dei vittoriosi: è stato straziato dal rullo che separa i rifiuti della discarica di Tito Scalo, in provincia di Potenza. Aveva poco più di 28 anni. Né Valter Perna, morto mentre allestiva un cantiere sull’autostrada A14 a San Lazzaro, nei pressi di Bologna. Né lo è Carmine Cerullo, folgorato sulla linea ferroviaria nei pressi di Bivio Navile o l’operaio 52enne precipitato da un traliccio, vicino Firenze. Lo stesso vale per Lorenzo Mazzoni e Nunzio Viola, 25 e 52 anni, coinvolti nell’esplosione della cisterna al porto di Livorno, così come Gabriele Romanelli, folgorato mentre riparava un guasto in una cabina, o Marco Luzzi, travolto da un autocarro cisterna ad Ascoli Picerno. Loro non saranno tra la folla palpitante e sghignazzante, alludendo ad antiche rivoluzioni, a moti di protesta sterili, o a rivangare tra la folla annosi e futili motti di rivolta.

Quelle appena elencate, sono solo alcune, forse le più tragiche, tra le morti sul lavoro avvenute nel giro di 72 ore in Italia, il mese scorso. Solo chi non conosce il mondo operaio può credere realmente che la prevenzione sulla sicurezza – decantata dai falsi paladini del lavoro come la soluzione a questo male terribile – possa costituire un freno a tali morti. La verità, sotto gli occhi di tutti, è ben più semplice e lampante, e per questo, forse, più difficile a essere esposta chiaramente. Turni massacranti di lavoro, annullamento della personalità, svilimento della natura e della dignità umana, pressioni costanti e ricatti morali. Tutto ciò grava pesantemente sul lavoratore offuscandogli la mente e l’anima, conducendolo a passo d’oca verso quell’attimo di distrazione, o verso una decisione che risulterà fatale. Chi non riesce a sopportare il giogo di questa maligna logica si condanna automaticamente alla propria fine. La morte fisica, in tal senso, rappresenta solo lo stadio finale di un lungo processo di degrado spirituale, che investe il lavoratore dall’esatto momento in cui appone la propria firma sul contratto.

Eppure, nessuna commemorazione rammenta il pianto straziante delle mogli, dei mariti e dei figli rimasti per sempre orfani, né il vuoto incolmabile, lancinante che una perdita del genere causa. Nessuna commemorazione rammenterà mai i sacrifici e le umiliazioni che, giorno dopo giorno, il lavoratore subisce, e che sopporta, con tacita rassegnazione, per il bene della propria famiglia.

Nel frattempo, i festeggiamenti proseguono. I sorrisi smaglianti e risoluti dei convitati, ci dimostrano che, in fondo, qualcosa l’abbiamo pur sempre guadagnato, cosa questo qualcosa sia, non ha poi così tanta importanza. La certezza di una conquista, per quanto fittizia sia, ci dà un senso di pace apparente. Abbiamo fissato un giorno sulla data del calendario, credendo di scampare così alla realtà, di non doverci occupare più delle tragedie del presente.

Non sarà, quindi, un’ignobile e ridicola festa a cancellare il marchio d’infamia che grava sul popolo italiano. Quei lavoratori sono morti, schiacciati dal peso insostenibile della loro fatica, e dall’indifferenza di ognuno di noi. Ora appaiono ai nostri occhi come dei vinti, ma non alla maniera di Verga. In un modo ancor più atroce e spietato. Sono il Willy Loman di turno, il protagonista della tragedia di Miller, Morte di un commesso viaggiatore, che alcune scene prima di morire, in preda al delirio, urla in lacrime al suo ex-datore di lavoro:

Non si può spremere un uomo così, come un limone e poi buttarlo via nella spazzatura.”