Il filosofo cinese Confucio, vissuto nel sesto secolo avanti Cristo, era solito dire: “Studia il passato se vuoi prevedere il futuro”, un monito che ogni Ministro della Repubblica e ogni imprenditore italiano dovrebbe far incorniciare nel proprio ufficio. La notizia è nota: dopo che per due volte di fila il cda di Renault non ha preso una decisione sulla proposta di fusione avanzata da Fca, il presidente John Elkann ha deciso di ritirare l’offerta.

Quando una settimana fa abbiamo commentato il caso, tra le tante domande, avevamo fatto un’osservazione legata alla vicenda Fincantieri-Stx, memori del veto che solo pochi anni fa il presidente francese Emmanuel Macron, appena eletto, aveva posto sulla fusione tra l’italiana Fincantieri, gigante della cantieristica, e la divisione francese della coreana Stx. Con l’elezione di Emmanuel Macron, il governo aveva posto il veto sull’operazione in nome dell’interesse strategico nazionale, annunciando di volere esercitare il diritto di prelazione. Dopodiché tra l’Italia e la Francia è cominciato un lungo braccio di ferro nelle more del quale Parigi si è data da fare per nazionalizzare temporaneamente l’ex Stx France. La questione è ora in stallo, in attesa della decisione dell’Antitrust dell’Unione europea.

I difficili rapporti tra Francia e Italia, però, non si esauriscono nella vicenda Fincantieri-Stx e nei poco eleganti battibecchi che gli esponenti dei due governi si riservano periodicamente. Capita spesso che le aziende dei due paesi sentano il desiderio di corteggiarsi, ma che altrettanto spesso i rapporti non durino o i matrimoni contratti finiscano male. Pensiamo alla battaglia interna a Telecom tra Vivendi e fondo Elliot per la conquista del consiglio di amministrazione di Tim, o ai mal di pancia interni a Essilor-Luxottica.

Quello che sicuramente risalta nella recente débâcle di Fca nel conquistare il cuore dei vertici di Renault e nella vicenda Fincantieri-Stx è il ruolo ricoperto dal governo francese. È vero che l’attuale presidente della Repubblica è sempre quell’Emmanuel Macron cresciuto in seno alla banca d’affari Rothchild & Cie, colui che tutti i commentatori, al momento della sua elezione, avevano classificato come uno strenuo difensore del libero mercato (diamo atto che lui stesso si definì un liberale).

Forse però quello che in patria continuiamo a sottovalutare è che Macron, come tutti i suoi predecessori, aldilà del colore politico, agisce secondo regole interne che possiamo divertirci a chiamare protezioniste, colbertiste, interventiste, ma di cui chiunque decida di inoltrarsi nel loro “territorio” non può non tener conto e se lo fa, è ingenuo. In più, non possiamo certo sottovalutare che l’Italia, ultimamente, non è un marchio richiesto sul mercato, anche se si parla di Fca. Anzi, la fretta dimostrata dal presidente John Elkann ha fatto storcere il naso a molti in quel di Parigi, tra sindacalisti e commentatori politici di tutte le fazioni.

Sul celebre settimanale di centro-destra Le Point, il commento è stato chiaro e netto: “L’intransigenza italiana e la sua volontà di concludere rapidamente, senza discussioni reali, hanno insospettito alcuni osservatori. Dall’altra parte delle Alpi, il cinismo finanziario è lontano dalla professionalità della prima generazione degli Agnelli”, e aggiunge “FCA ha venduto asset, tagliato investimenti per aumentare la redditività e fatto promesse non mantenute. La nuova governance della Fiat ha così sabotato un magnifico marchio come Lancia”, per poi concludere, molto candidamente, che frutta molto di più la collaborazione tra Renault e Nissan che quella, ipotetica, con Fca. Il quotidiano Le Monde, per quanto possibile, è stato ancora più duro, definendo i vertici del Lingotto “predatori”.

Gli esponenti del governo francese sono stati più diplomatici nel commentare l’accaduto, ma la sostanza non cambia. Se invece non abbiamo parlato fino ad ora del governo italiano è perché, purtroppo, non c’è nulla da dire. Si registra qualche commento privo di fondamento, come quelli espressi dai leghisti Claudio Borghi e Matteo Salvini durante la trattativa, e l’ammissione di ignoranza sulle motivazioni del fallimento da parte del Ministro del Lavoro e dello Sviluppo Economico Luigi di Maio, una volta venuto a conoscenza della notizia che il tavolo era saltato. Affrontare la grandeur francese è possibile, ma ad attaccare con le lance spuntate ci si copre solo di ridicolo.