Chiuso per fallimento Mercatone Uno, colosso romagnolo della grande distribuzione di arredamento. I lavoratori sono venuti a conoscenza della sentenza del tribunale attraverso un gruppo Facebook, ennesimo sfregio di un capitalismo impudente che mira alla dematerializzazione dei diritti sociali.

Quando soffia il vento delle polemiche, la girandola delle colpe inizia a roteare impazzita. Oggi travolge Mercatone Uno, azienda italiana scarnificata dal capitalismo e dalla concorrenza, nonché da una torbida gestione societaria degli storici patron Cenni-Valentini e rispettivi figli nell’arco temporale 2005-2013, culminato con indagini e sequestri della Guardia di Finanza per bancarotta fraudolenta patrimoniale. La partita di giro con la quale sono stati distratti i fondi aziendali ha avuto come scenario il Lussemburgo, una delle terre promesse dove l’imprenditoria perversa sfoggia i suoi furti più incorreggibili, sovente facendo sciacallaggio sul patrimonio immobiliare. Così i pionieri del Mercatone, in un periodo in cui le multinazionali stile IKEA penetravano come una lama nel burro nel mercato italiano, invece di concentrare i propri sforzi su una politica di rilancio o di contrasto, hanno creato un fondo immobiliare per fare il “ratto” degli immobili del gruppo, drenando liquidità aziendale per acquistarli a titolo personale. Aumentando poi parallelamente il canone d’affitto degli stessi punti vendita, hanno ulteriormente monetizzato a beneficio delle proprie tasche, ma a discapito dei libri contabili.

Il gioco letale è terminato nel 2015, quando – divorata dal debito – la società Mercatone Uno fu posta in amministrazione straordinaria sotto il controllo del MISE. Solo lo scorso anno, dopo un doppio bando di gara per la vendita disertato e il ricorso agli ammortizzatori sociali per tremila lavoratori, è comparsa dal nulla la Shernon Holding srl, controllata da una finanziaria maltese gestita dall’italo-svizzero Valdero Rigoni – sedicente gotha nella commercializzazione di arredo -, dallo svizzero Michael Thalmann – fondatore ed amministratore di un fondo investimenti in Liechtenstein – e da Massimo D’Aiuto, celebrità nel settore finanziario italiano. Un trio così autorevole da spingere l’allora ministro in pectore al MISE Calenda – il quale astutamente fa ora la pulci a Di Maio per la mancata vigilanza in materia – alla cessione del gruppo. Accidentalmente a febbraio esce di scena la finanziaria maltese e si materializza la Maiora Invest srl, sede nella residenza di uno dei soci e diecimila euro di capitale sociale. Il resto è il fallimento decretato dal tribunale di Milano, le saracinesche chiuse e la comunicazione ai lavoratori giunta prima a mezzo Facebook che attraverso le organizzazioni sindacali.

Sorge un dilemma: è così importante trovare un colpevole? Siamo convinti che la politica del capro espiatorio possa risollevare le sorti dei lavoratori nostrani? Si continua a giocare a rimpiattino, senza un qualsivoglia corpo sociale che esca allo scoperto manifestando pubblicamente le proprie intenzioni o i propri limiti. Se non lo fanno gli imprenditori piovra, ci aspettiamo ingenuamente che a farlo sia il governo o quantomeno l’opposizione. Se non lo fanno le organizzazioni sindacali, ormai ridotte a svirilizzate passacarte dei capricci padronali, ci aspettiamo sia finalmente il turno dei lavoratori. Nessuno si assume le responsabilità di un fallimento, tutt’al più si sfrutta l’occasione e la parentesi mediatica per collocarsi nello scacchiere vittime/carnefici. Uno dei problemi congeniti al capitalismo ed alla sua spina dorsale, rappresentata dalla grande distribuzione organizzata, è quella di equiparare il lavoratore alla merce, prezzando entrambi, ovvero mettendoli nei capitoli di bilancio ove si deve trarre profitto. Al lavoratore sta sostanzialmente bene, il servilismo che regna tra i subordinati nella grande distribuzione organizzata – qualsiasi livello essi ricoprano – ne è la prova lampante. Stanno bene persino gli ammortizzatori sociali, pur di poter virtualmente far ancora parte di un’azienda.

Il cancro del capitale forma le sue metastasi sempre in basso, strappando alla scuola ed alla formazione professionale giovani – spesso in età acerba – attratti dal mito “dell’automobile-comprata-a-rate-con-la-finanziaria-che-vuole-la-busta-paga“. Uscendo da un percorso formativo specializzato, imboccano la strada di un lavoro dove il personale è altamente intercambiabile, poco qualificato, e sempre più soggetto alla robotizzazione. Il loro avvicinamento al sindacato o il semplice interesse politico avviene spesso a posteriori, quando altri hanno già deciso il loro destino e dove l’impossibilità di pagare una rata diviene un problema impellente rispetto alla finta obbedienza esperita controvoglia fino al giorno prima.

La scorsa settimana ci lasciava lo scrittore Nanni Balestrini. Tra un sit-in e l’altro fuori dal MISE, in attesa che burattini e burattinai concordino il nuovo spettacolo, sarebbe utile una fugace lettura del suo romanzo “Vogliamo Tutto“, per ricordare che è esistita un’epoca dove chi si batteva per i propri diritti prendeva manganellate in faccia respirando l’acre odore dei lacrimogeni, senza sterili dirette Facebook a corredo.