La sorte dell’uomo è notoriamente ironica e maligna, capace di far credere a chicchessia di essere invulnerabile, protetto a sufficienza nel bunker delle proprie certezze, salvo poi farlo cadere in fallo aprendo una crepa dove, nella realtà dei fatti, nessuno si sarebbe mai aspettato che si aprisse. In questo mondo, trainato da un destino buffo e un po’ crudele, può anche capitare che l’intoccabile corazzata Der Spiegel arrivi a scoprire, con diversi anni di ritardo, che uno dei sui giornalisti di spicco, tale Claas Relotius, una vera punta di diamante del panorama giornalistico tedesco ed internazionale, si sia inventato di sana – o marcissima – pianta gran parte delle sue inimitabili interviste ed inchieste. Tanto inimitabili da fargli meritare l’ambitissimo premio “Giornalista dell’anno 2014” concesso dalla Cnn e una menzione sulla splendente rivista Forbes, come giovane ed aspirante stella del giornalismo d’inchiesta. Peccato che, prima o poi, la mezzanotte scocca un po’ per tutti, e la stravagante carrozza di Claas “Cenerentola” Relotius si sia infine trasformata in una squallida e marcia zucca: lo stesso Der Spiegel ha condotto una contro-inchiesta per incastrate il suo enfant prodige che, messo con le spalle al muro, non ha potuto fare a meno di ammettere le sue grette responsabilità di creatore di fake news. La triste storia si è conclusa con un finale scontato – il licenziamento – e con una frase ad effetto, «ho fatto ciò che ho fatto per paura di fallire». Che, parafrasando il tutto, si potrebbe tranquillamente tradurre con un più esemplificativo «l’ho fatto perché volevo avere successo, ad ogni costo».

Il destino sembrerebbe quasi essere un signore di mezza età, annoiato, ubriaco e con una gran voglia di scherzare, se non fosse che la sua ironia si nutre del paradosso ed è priva di qualsivoglia compassione umana – visto che il destino di “umano” ha solo il nome che gli abbiamo attribuito con fatica e sdegno. Dunque non c’è da meravigliarsi se ora, tra le grasse risate collettive, anche il Der Spiegel si ritrova immerso anima e corpo nella cloaca dei “produttori di fake news”. Il tutto acquisisce ancora più valore se consideriamo che, al pari di tanti altri media dal nome altisonante, come i vari Repubblica, Corriere e La Stampa, il Der Spiegel si è frequentemente speso in melense battaglie contro il mondo del giornalismo indipendente, reo di diffondere fake news per sopravvivere ancora un altro giorno di più. Queste testate giornalistiche, che sono solite fare fronte comune quando c’è da difendere un certo status sociale ed economico, erano le stesse testate che diversi mesi fa chiedevano una maggiore restrittività delle regole e invocavano il mostro della censura virtuale. Ma ora – ironia della sorte – se si dovesse applicare la normativa che i lobbysti dell’informazione avevano richiesto a gran voce, il primo a dover subire una bella censura sarebbe proprio il Der Spiegel. A dirla tutta, e in tutta franchezza, non facciamo nemmeno fatica a credere che ciò, prima o poi, sarebbe toccato ad altri grandi quotidiani nostrani, i quali sono soliti servirsi della “sparata mediatica” per vendere qualche pezzo di carta in più e coprire qualche costo di troppo.

Sta di fatto che la domanda attorno a cui gira tutta la questione è un’altra: ma come diavolo è possibile che nessuno tra Der Spiegel, Cnn, Forbes e compagnia danzante si sia mai accorto di nulla? Come è possibile che prima di conferire certi premi non si sia data anche solo una minima occhiata a cosa questo Cenerentolo moderno stesse scrivendo? Ma soprattutto, queste sono davvero le fonti d’informazione che, fino a poco tempo fa, si proponevano come uniche e legittime casse di risonanza dei fatti internazionali e si dichiaravano esse stesse come parte lesa delle fake news provenienti dal giornalismo non istituzionalizzato?

«Si scoprono gli altarini», avrebbe detto qualcuno, «che figura di merda», avrebbe aggiunto qualcun altro di nostra conoscenza. A noi, che nostro malgrado facciamo parte del macrocosmo del giornalismo indipendente, tutto ciò non può che strapparci una grande, seppur composta, risata. Come quando a scuola succedeva qualcosa di avverso al compagno di classe grande, grosso e molto bullo mentre tu, piccolo e gracile, non potevi far altro che rallegrarti in cuor tuo. Sono questi i casi in cui devono piovere gli applausi ironici e derisori sulle teste di chi sbaglia, in special modo se la causa del danno non è esterna ma vale il detto “chi è causa del suo mal, pianga sé stesso”.

Ed è così che, sui sorrisi e sugli applausi, cala infine il sipario. Almeno fino alla prossima fake news, almeno fino al prossimo scherzo del destino.