Il New York Times rivela che il colosso della Silicon avrebbe facilitato l’accesso a dati sensibili e personali dei suoi utenti alla maggior parte delle multinazionali e aziende che si occupano di data sharing e non solo. Amazon, Spotify, Netflix tra le tante, hanno avuto accesso non solo alle ricerche sommarie che avvengono in rete da parte degli utenti di Facebook, ma anche ai loro messaggi privati, a ciò che si riterrebbe dover rispondere, almeno da questa parte dell’oceano, al nome di libertà personale. D’altronde, gli Stati Uniti d’America non possiedono al momento strumenti giudiziari e legislativi per ciò che riguarda una regolamentazione delle grandi aziende come avviene in Europa, ove anche Facebook deve mantenere un livello di standard di sicurezza adeguato alle informazioni sensibili che esso possiede. Perché di questo si tratta, alla fine. I big data, la strumentalizzazione della tua razionalità applicata alla vita reale, alle tue aspettative ed ai tuoi sogni recitati davanti allo specchio dei social media e del mondo dell’internet.

Come abbiamo ricordato in altra sede, la governamentalità algoritmica è divenuta il più ingente e caldo fronte di battaglia per quanto riguarda la grande macchina statistica a cui Deleuze farà riferimento nell’Antiedipo per rimarcare quel sistema di funzioni che si graverebbe della responsabilità di raccogliere, scansionare, selezionare ed infine dirigere le tendenze delle individualità. Queste, da loro parte, sono immerse nel flusso continuativo dell’etere, della sua dispersività che viene infine elevata a grado più alto del benessere capitalistico, poiché è rappresentazione delle scelte del popolo.

Era risaputo che Facebook avesse creato la sua fortuna con le aziende di advertising, ed altrettanto semplice sarebbe stato individuare il passo successivo, che secondo il New York Times si è finalizzato al gathering, alla raccolta e alla distribuzione massiccia delle individualità auto-rappresentate sulla tela del social media più affollato del mondo. L’esperienza dello scorso aprile si ripropone in tutta la sua velleitaria ritorsione; sprecata a sottolineare qualcosa che al grande pubblico andava già bene da tempo: sintetizzare la propria esperienza nella vita sociale nella raffigurazione di un capitale umano interconnesso, in continuo mutamento rispetto alle necessità della macchina capitalistica statunitense.

Vendono le nostre esperienze, si “passano” quelle figurine mancanti all’album della disillusione sociale che contribuiscono ogni giorno ad esacerbare, a surrogare la libertà personale per un plusvalore estorto e strumentalizzato a proprio piacimento, dall’individuo divenuto altresì viziatamente felice di contribuire a tutto questo. Ritornando al linguaggio di Guattari e Deleuze, la catena staccata dell’emotività, sia a livello estetico che empirico, si trascina dietro un nuovo vulnus del desiderio, una nuova inclinazione ad essere parte accondiscendente di questa enorme macchina di segregazione e schiavitù che hanno imparato a chiamare liberismo.