Facebook potrebbe favorire la vendita di alcol e scommesse ai minorenni. Un’inchiesta del Guardian portata avanti insieme a Danish Broadcasting Corporation ha scoperto che circa 740.000 bambini o ragazzini, in ogni caso minorenni, sono stati categorizzati all’interno dei sistemi Facebook come interessati al gioco delle scommesse e all’alcol. Si tratta di un meccanismo perverso: da un lato Facebook vieta la vendita di alcol e scommesse ai minori, dall’altro offre la categorizzazione del minore sui due temi.

I tools di advertising interni a Facebook si basano sui likes e sui comportamenti di navigazione degli utenti per capire a quali tipologie di prodotto potrebbero essere interessati. In questo modo gli inserzionisti possono raggiungere solo il pubblico più potenzialmente interessato ai loro prodotti, senza perdere tempo con gli altri. Se ad esempio vendo costumi da uomo, mi interesserà raggiungere solo uomini di una certa fascia di età e che magari siano interessati al mare o alla piscina. Gli algoritmi che categorizzano gli utenti all’interno di Facebook sono automatizzati: in questo caso se un profilo mette il like ad un super alcolico, oppure commenta immagini o situazioni legate all’alcol, il sistema li infila nel calderone dei possibili alcolisti. Questo fa parte delle politiche commerciali di Facebook con le quali abbiamo imparato a convivere, ma dove si spinge il limite quando ad essere categorizzati sono i minorenni?

Lo stesso avviene per qualunque altro argomento a prescindere dall’età del proprietario dell’account. Lo abbiamo visto con lo scandalo di Cambridge Analytica quando questi dati sono stati usati con lo scopo di influenzare la campagna elettorale. Questo creò grande scandalo a seguito della vittoria della Brexit e dell’elezione di Trump. Oggi si tratta di vendere ad un commerciale, per giunta illegalmente, dati sugli interessi di ragazzi minorenni. Questi profili semi-segreti abbinati ai profili degli utenti non sono visibili pubblicamente, ma solo a Facebook e a chi li genera. Le informazioni sono però utilizzate dal social per mettere in contatto gli inserzionisti con un potenziale pubblico, permettendo così a chi paga le campagne di mostrarle solamente a tipologie di utenti ben specifiche.

Facebook rivela che centinaia di migliaia di ragazzini minori di 18 anni sono categorizzati all’interno dei loro tools come interessati al gioco delle scommesse e quasi un milione al consumo di alcol. Nulla di scandaloso diremmo – non si scopre nel 2020 che i minorenni bevono alcolici di nascosto, lo hanno fatto tutti e sempre lo faranno. Ciò che invece è profondamente sbagliato è categorizzarli come target ideale per una campagna marketing. Non è la prima volta che Facebook passa i guai per aver categorizzato i suoi utenti. Già nel maggio 2018 passò alle cronache per aver violato la privacy di migliaia di profili categorizzandoli come interessati alla religione islamica, piuttosto che al liberalismo o alla comunità omosessuale creando un target a loro dedicato e infrangendo tutte le leggi esistenti in materia, a cominciare dal Regolamento generale sulla protezione dei dati dell’UE.

Facebook si basa principalmente sulla revisione automatica per la segnalazione di annunci pubblicitari che infrangono le sue politiche. Ma la revisione automatica non è garantita per individuare le violazioni prima che le inserzioni vengano inserite. Il modo che Facebook ha di raccogliere dati personali delle persone senza chiederne l’esplicito consenso è spesso borderline, ai limiti della legalità. Le persone non hanno chiaro cosa stanno facendo quando interagiscono sui social, mettono likes, commentano post. Questo vale soprattutto per i giovani, sarebbe quindi doveroso da parte delle istituzioni cercare di proteggere i ragazzi ponendo delle regole restrittive sulla raccolta dati che riguarda i minori a prescindere dall’uso che se ne fa.