Nel grande tavolo da gioco dei colossi mondiali, Facebook riesce a cavarsela ancora una volta con un piccolo pegno di 5 miliardi di dollari per aver violato la privacy di 87 milioni di utenti nel caso Cambridge Analytica. I giornali parlano di una vera e propria stangata, ma lo è davvero o si tratta solo di una piccola bacchettata sulle mani per essere stati discoli a scuola? Beh, di certo i 5 miliardi di dollari non intaccheranno in alcun modo il patrimonio dell’azienda: pensiamo solo al fatto che nel primo trimestre del 2019 il social blu ha registrato un’entrata pari a 15 miliardi di dollari, con una crescita del 26% rispetto all’anno precedente, e che all’anno l’azienda intasca circa 56 miliardi. Cosa sono dunque 5 miliardi? Praticamente una banale mensilità. Per non parlare del fatto che il prezzo delle azioni su Facebook è aumentato del +1,8% appena la notizia ha fatto il suo ingresso a Wall Street e che nonostante tutto le piattaforme gestite da Zuckerberg continuano ad attirare sempre più iscritti.

Facebook era pronta a tutto questo e infatti aveva messo da parte, nel suo salvadanaio dei risparmi, 3 miliardi di dollari, cosciente che la mazzata sarebbe arrivata di lì a poco con l’indagine in corso della Federal Trade Commision, la quale ha poi deciso di sanzionare l’azienda californiana. Decisione che ha fatto discutere molti, vista l’entità puramente simbolica della multa. Come non essere d’accordo con Matt Stoller, esperto di monopoli dell’Open Market Istitute, il quale ha fortemente sostenuto che non si tratta assolutamente di una sanzione, ma solo di “una multa per divieto di sosta che si trasformerà in un via libera a una sorveglianza ancora più illegale e invasiva”. Oltre ai soldi, infatti, Facebook dovrà anche riesaminare la gestione dati degli utenti con grande scetticismo sul fatto che tale provvedimento riuscirà ad essere abbastanza efficace. Tuttavia la multa dovrà essere discussa dal dipartimento di giustizia che difficilmente modifica le decisioni della Ftc.

La bomba era stata lanciata nel marzo 2018, quando i giornali Observe e New York Times avevano parlato dell’utilizzo non autorizzato dei dati degli utenti Facebook da parte della Cambridge Analyitica. Questa, una società di consulenza britannica, fondata dal miliardario Robert Mercer con forti idee conservatrici e finanziata da Steve Bannon, stratega e consigliere di Donald Trump, avrebbe costruito una rete di rapporti con i collaboratori del Presidente americano, stabilito contatti con la Russia e avuto un ruolo centrale nel referendum sulla Brexit nel Regno Unito.

Ma cosa ci azzecca Facebook con la Cambridge Analytica? Presto detto: la società britannica ha acquistato la merce dati utenti da Aleksandr Kogan, ideatore dell’app Thisisyourdigitallife per la produzione di profili psicologici, basandosi sulle attività online degli utenti che la scaricavano e che accedevano tramite Facebook login. A questo punto, oltre ai dati di coloro che utilizzavano l’applicazione, si riusciva a estrapolare informazioni anche sugli “amici”, che magari non ne sapevano neanche dell’esistenza. Kogan avrebbe quindi violato già di per sé i termini di Facebook, che vieta lo scambio di informazioni tra gli ideatori delle applicazioni con aziende terze. Il punto però è che Facebook, a dispetto di quanto dichiarato in seguito, era a conoscenza di questo illecito commercio di dati da ben due anni. Negligenza o incapacità di provvedere a strumenti che ponessero un freno a questo mercato?

Il social network, come anticipato, è stato poi il campo principale per la propaganda pro Trump durante le presidenziali del 2016. Nell’occasione fu usato un enorme quantitativo di bot, ovvero account falsi gestiti automaticamente per diffondere in tempo reale post e fake news su Hilary Clinton. Stessa situazione anche nel caso Brexit: nel 2017 il Guardian aveva dedicato infatti un’inchiesta secondo la quale sarebbero stati utilizzati informazioni e dati sugli utenti per la propaganda referendiana a favore dell’uscita del Regno Unito dall’Unione Europea.

La questione quindi non rimane circoscritta agli USA, perché Facebook, tempo fa, si era beccato ben altre due sanzioni in Europa, precisamente da Germania e Italia. Nel primo caso l’ufficio Federale di Giustizia tedesco aveva multato l’azienda per due milioni di euro per non aver esposto le denunce sui contenuti illegali presenti nella piattaforma, nel secondo invece la sanzione era stata di un milione di euro. In quest’ultimo caso è stato accertato che dall’utilizzo dell’app di Kogan da parte di 57 italiani si è giunti all’appropriamento di ben 214.077 dati di utenti.

A questo punto la partita è giocata anche dal vecchio continente. Insomma: Zuckerberg può scusarsi quanto vuole, piangere anche lacrime di coccodrillo, ma le monetine che finiranno nelle tasche dello Stato saranno pur sempre briciole per un colosso come Facebook. Ma, a proposito, gli utenti ai quali è stata rubata la privacy? Pare che nessuno abbia preso in considerazione il risarcimento ai danni di queste persone.