Le semplificazioni che suonano bene, che fanno eco, che suonano sulla grancassa della propaganda e che poi si sbriciolano, vittime della loro cattiva costituzione, sono da evitare categoricamente. All’interno di questo assioma rientra anche la parola “potere”, coniata dal lessico sessantottino e viziata da una sgradevole terzietà rispetto alle dinamiche operanti all’interno di una nazione, di una comunità, oltre che da una palese deresponsabilizzazione. Il significato di “potere” va riportato al centro della riflessione politica, riscoprendone il territorio e i rapporti di forza che lo regolano, prima dell’affermarsi di una dialettica, che è quanto di più genuinamente marxista si possa fare: proprio per questo rimane un discorso ignorato dalle odierne finte sinistre, nonché presumibilmente ignorato dalle attuali destre, che a lungo andare finiranno per farsi male, o più semplicemente, per sparire.

Il momento storico nel quale ci troviamo ci dà segni evidenti di indirizzazione: esso si muove verso una nuova forma di capitalismo dominato dalla tecno-scienza, o più semplicemente Tecnica – volendo indicare un luogo comune della Filosofia Occidentale. A dirigerne il gioco vi sono, dunque, delle organizzazioni che della Tecnica hanno il dominio, come la piattaforma “Facebook”, una delle più potenti organizzazioni del capitalismo contemporaneo. Devono destare dunque interesse le ultime notizie che vedono coinvolte la commissione parlamentare britannica sui media, che in un rapporto pubblicato al termine di un’inchiesta su Facebook incentrato sul caso dei “Cambridge Analytica”, parla della piattaforma come di un “gangster digitale. Si fa riferimento all’utilizzo spregiudicato dei dati personali degli utenti, sostanzialmente rivenduti al migliore offerente, sia essa un’impresa privata che ne ha bisogno per analisi di mercato, siano esse lobby di carattere squisitamente politico: con l’avvento degli algoritmi, le cui variabili di base sono gli impersonali e “oggettivi” dati, questi ultimi sono divenuti una merce di scambio preziosissima per le grandi piattaforme che li posseggono, come per le forze che ne acquistano di sempre più “moderni” e “aggiornati”, ottenendo così un vantaggio competitivo sulle forze concorrenti. Il potere drogante sul mercato politico, economico e sociale che ne può derivare è potenzialmente enorme e discernerne i movimenti è difficilissimo, così come ricercarne le tracce, labili e virtuali anch’esse.

Quest’ultima è senza dubbio una delle nuove caratteristiche – o forse miglioria – del potere contemporaneo.  Al contempo si moltiplicano le testimonianze di ex dipendenti Facebook (stavolta a rilevarlo è la Cnbc) che sostengono l’esistenza di “liste nere” possedute dall’azienda, contenente i nomi di coloro i quali ne criticano l’operato. Ancor più rilevanti sono i diversi memorandum passati alla stampa (l’ultimo negli scorsi mesi) che vedono lo stesso CEO ammettere, nonché sostenere, la presenza di applicazioni utilizzate dall’azienda per monitorarne gli eventuali “discorsi d’odio”. Anche questa costituisce un’enorme miglioria del potere censorio, potenzialmente invisibile e facilmente occultabile con lo spostamento di grandi quantità di dati con i quali distogliere le masse, dati in possesso delle piattaforme virtuali e che possono essere utilizzate per scopi politici o di profitto. Visioni che fino alla fine del ‘900 venivano contese tra letteratura e fantapolitica stanno trovando uno sbalorditivo e pragmatico spazio di operatività. Mentre la Commissione auspica una non definita legislazione radicale per bilanciare i rapporti di forza tra gli utenti e la piattaforma, noi prendiamo solo atto che i nuovi padroni non sono spiritualmente dissimili dai vecchi.