Ciclicamente in Italia durante la preparazione della legge di bilancio, chi si occupa di informazione si rende conto che vi è una forte disuguaglianza orizzontale tra i vari contribuenti. La polemica inizia e ogni volta salta fuori che le grandi imprese hi-tech, gestori big data e chi più ne ha più ne metta, riescono ad abbassare la base imponibile, ponendosi tra la categoria di contribuenti privilegiati. Al di là delle naturali polemiche, è il caso di fare alcune considerazione al di là di qualsiasi genere di retorica partitica.

“No taxation withouth representation”uno slogan che ha posto le basi, oltre che a parecchio sangue, lacrime e sudore, dello Stato americano. La connessione tra la formazione di uno Stato e la tassazione è fondamentale. Tuttavia, se si può dire che imprese e individui si rendono attori partecipativi dello Stato soprattutto per il loro contributo economico al bilancio, non per tutti questo contributo rispetta davvero la capacità contributiva. È questo il caso dei giganti del web.

Ma partiamo da lontano. Le regole tributarie si basano, tra i tanti principi, su un concetto fondamentale per imporre tributo: il concetto di nesso, ossia connessione, tra persona fisica o giuridica e l’ordinamento normativo tributario di riferimento. Il nesso è principalmente legato alla residenza o alla fonte di un reddito e quindi a criteri di tipo territoriale. Per farla semplice: sei un cittadino residente in Italia? Dunque, paghi le tasse in Italia. Sei un’impresa che fatturi in Italia e grazie all’Italia? Dunque, pagherai le tasse in Italia. Come potrete ben capire, si tratta di un sistema normativo risalente, soprattutto a livello nazionale, al secondo dopoguerra, non aggiornato in modo efficace a fenomeni legati alla globalizzazione.

I giganti del web come Google, Apple, Facebook e Amazon non solo guadagnano vendendo beni, ma soprattutto grazie a studi su dati e ricerche personali, elaborando strategie di mercato da vendere a loro volta ad altre aziende. Queste quattro grandi imprese hanno pochissimi collegamenti territoriali per motivi strutturali e dunque per loro solo una serie di normative nazionali funzionano, e pure parzialmente perché il loro business è liquido – un esempio ne è la web tax, creata per collegare questi colossi agli ordinamenti tributari nazionali come quello italiano e francese. Non siamo ancora arrivati al punto di poter tassare beni che non hanno fisicità e questo è il vero problema se non si fosse capito. I.V.A., I.R.E.S. e affini non si applicano, per dirne un paio. Il collegamento a livello nazionale dunque non basta.

Come se non bastasse, alcuni di questi attori riescono pure a spostare il loro capitale liquido in regimi fiscali favorevoli oppure direttamente in paradisi fiscali, anche se quest’ultimo è diventato molto più difficile per il giro di vite dell’Unione Europea sulle varie liste nere dei paesi scorretti. Il caso di Google da questo punto di vista è emblematico. Attraverso il cosiddetto “double irish with a dutch sandwich”, l’azienda ha fatto un vero e proprio surf tra le varie normative nazionali esistenti in Europa e attraverso Paesi Bassi e Irlanda è riuscita a spostare capitale alle Cayman e a Panama, ottenendo così di abbassare la base imponibile al minimo. Come ci è riuscita? Mettendo la residenza della società in Irlanda, un paese per cui la residenza coincide con quella della sede di amministrazione, in questo caso Panama. Ne segue che, in ultima istanza, la residenza risulta a Panama per l’Irlanda e in Irlanda per tutti gli altri ordinamenti europei.

Senza perdere altre parole nella descrizione di questi escamotages, il problema di fondo è il seguente: come combattere il fenomeno dell’elusione fiscale in modo efficace? Attraverso la collaborazione tra i vari ordinamenti. Senza spezzare lance a favore dell’Unione Europea, questa sarebbe una sede adatta per risolvere una problematica transnazionale come una digital tax efficace. Perché non se ne parla in sede di governo?

Per alcune questioni un approccio sovranazionale è l’unico possibile e la nevrosi che colpisce il nostro paese parlando di euro è assolutamente allucinante e vittima del populismo della stragrande maggioranza dei nostri governi recenti. Allo stesso modo per lo scambio di informazioni: rispetto per la privacy, ma stiamo pur sempre parlando di tassare imprese che versano al fisco ogni anno intorno ai 50/60 milioni e ne guadagnano 25 miliardi, come se una nonna pensionata che guadagna 1000 al mese pagasse 1 euro di IRPEF. Attraverso l’Unione Europea qualcosa si può fare, magari con la cooperazione rafforzata che permetterebbe agli Stati più colpiti da fenomeni come questo – principalmente quelli ad alta spesa fiscale come Italia, Francia e Germania – di andare da soli in questa strada.