Il momento della verità è finalmente giunto quando un Matteo Salvini, visibilmente stanco ma sereno, si presenta dinanzi alla sala stampa con in mano il fedele Rosario, divenuto ormai parte integrante della campagna elettorale condotta del leader leghista. Uno dei primissimi messaggi che lancia è indirizzato proprio a coloro che, anche in ambito cattolico, hanno criticato la sovraesposizione di simboli e richiami religiosi: «Ringrazio chi c’è lassù e non aiuta Matteo Salvini e la Lega, aiuta l’Italia e l’Europa a ritrovare speranza, orgoglio, radici, lavoro, sicurezza e quindi io non ho mai affidato al Cuore immacolato di Maria un voto o il successo di un partito ma il futuro e il destino di un paese e di un continente. I dati ci danno ragione, la festa dura pochi minuti perché è il momento della responsabilità».  

La responsabilità che passa dalle parole del ministro dell’Interno è quella di chi porta in dote il 34% dei voti, che traghettano la Lega verso un risultato eccezionale, superando di gran lunga il 17,3% raccolto durante le ultime elezioni politiche. «Milioni di italiani – afferma in conferenza stampa – ci hanno affidato una missione storica… di portare al centro del dibattito europeo il diritto al lavoro, alla salute, alla vita, il diritto delle famiglie a mettere al mondo dei figli, il diritto dei ragazzi a sperare in un lavoro stabile»Ma la responsabilità passa anche dalla lealtà nei confronti dell’alleato politico che compone la maggioranza di governo: «Non utilizzeremo questi consensi – ha tenuto a ribadire –per regolamenti di conti interni. Il mio avversario era e resta la sinistra».

Eppure la tornata elettorale europea che si è appena conclusa sarà destinata a far parlare di sé ancora a lungo. Tutti gli schieramenti politici, seppur con diverse cromature, l’hanno infatti caricata di un valore profetico: dai populisti ai popolari, dai sovranisti nazionali ai sovranisti d’Europa, sino ad arrivare alle quinte colonne dell’intellighenzia nostrana, questo appuntamento elettorale è stato dipinto come un Armageddon – Michele Serra su La Repubblica (26/05) condensa il significato della giornata elettorale con un titolo significativo: “Europa o morte”.

D’altra parte – è pur vero – sia la Lega che il M5S ci hanno messo del loro per rendere ancor più effervescente e passionale, al limite della sopportabilità, un match che ha scavalcato qualsiasi logica istituzionale. Colpi bassi a base di frecciate e risposte fulminee hanno pericolosamente minato, sino al giorno prima del voto, il sottile equilibrio che regge la tanto anomala quanto atipica maggioranza giallo-verde. Di Maio ha marcato le distanze con l’alleato leghista, puntando il tutto per tutto su una linea intransigente in materia giudiziaria, nella difesa dei diritti civili e, infine, presentandosi come forza moderata, in grado di tenere a bada gli estremismi della Lega. Un gioco, però, che non ha convinto l’elettorato, specialmente nel Meridione, che ha preferito astenersi o dirigere i propri consensi sull’alleato più battagliero, forse un tantino duro, ma meno “democristiano”. Crolla infatti il M5S che si attesta a un misero 17%, perdendo ben quindici punti percentuali dalle politiche del 4 marzo (32%)

Sulle spalle dell’insuccesso del M5S pesa, oltretutto, la ripresa del Partito Democratico (22%), risuscitato dal neo segretario Zingaretti, che è riuscito lì dove aveva fallito Renzi, e cioè nel rimettere insieme i cocci impazziti delle diverse sensibilità dem: da Calenda fino a Pisapia, passando per un redivivo Cirino Pomicino.

Risultati pessimi per Forza Italia, che sprofonda all’8% e che affida la propria insofferenza ad un post piuttosto critico del governatore ligure Giovanni Toti, dal titolo significativo: «Ora basta scuse e bugie! Tutti a casa e cambiamo davvero per ripartire».

Non può che registrarsi, invece, il successo di Fratelli d’Italia che si piazza al 6,5%, movimento che, in termini assoluti, è cresciuto di più insieme alla Lega.

Ma la battaglia italiana si gioca all’interno di quella europea. Da Bruxelles il vento sovranista è contenuto ma tutt’altro che scongiurato: in Francia il partito di Marine Le Pen supera quello Emmanuel Macron e in Inghilterra, come previsto, il Brexit Party di Nigel Farage è il primo partito, con buona pace di conservatori e i laburisti.

In Germania, e parzialmente anche in Francia, la vera sorpresa sono i Verdi che diventano il secondo partito dietro il contenitore cristiano-democratico che esce dalla sfida elettorale piuttosto ammaccato, con lo sconvolgimento della dialettica classica che vede solitamente contrapposti socialdemocratici e Cdu. Nella nuova configurazione europea sarà proprio il gruppo degli ambientalisti a far da ago della bilancia alla nuova maggioranza. I Verdi europei scavalcano i conservatori e i sovranisti e acquistano il ruolo di interlocutori privilegiati assieme ai liberali dell’Alde nella futura compagine governativa europea.