Nella fanfara sorda e nitida che circonda la nuova stagione politica del vecchio continente, giovedì scorso al Parlamento di Strasburgo è stata approvata con 535 voti a favore, 66 contro e 52 astenuti una mozione  riguardante “l’importanza della memoria europea per il futuro dell’Europa. Uno scritto che, per quanto controverso e ambiguo, ricalca, da una parte, l’ideale di discontinuità e imperialismo culturale perpetuato dalle istituzioni liberali europee sin dall’inizio della sua fondazione – supportato dal supino e integerrimo aiuto dell’informazione univoca di giornali e giornalisti – e dall’altra mostra la debolezza e incoerenza dei gruppi cosiddetti socialisti o di “sinistra” europei, incapaci e disinteressati nell’agire contro il ritorno ai fascismi che sta tanto impaurendo l’Europa.

Il testo, nella sua lettura puramente tecnica, fa presente una forte preoccupazione «per la crescente accettazione di ideologie radicali e per il ritorno al fascismo, al razzismo, alla xenofobia ed altre forme di intolleranza». In questo contesto, al punto sesto si condannano «tutte le manifestazioni e la diffusione di ideologie totalitarie, come il nazismo e lo stalinismo […]», aprendo un dibattito impervio e scottante all’interno di chi ancora resiste per stabilire un confine chiaro e netto tra ciò che è stato il nazifascismo e il comunismo. Una lotta che, per quanto possa sembrare recente, è invece il ricordo di una politica democristiana che in Italia conosciamo fin troppo bene, dove le destre spingono per un’erronea comparazione revisionista di quello che è e sempre resterà un antagonismo non solo ideologico, ma reale tra fascisti e comunisti e che si presuppone la sinistra debba difendere. Come al solito, tuttavia, si è preso un fiammifero e lo si è trasformato in un incendio: il testo, infatti, non pone nessun veto contro l’utilizzo dei simboli comunisti, ma si oppone con forza ad ogni regime totalitario, esprimendo «profondo rispetto per ciascuna delle vittime di questi regimi totalitari» e invitando «tutte le istituzioni e gli attori dell’UE a fare tutto il possibile per garantire che gli orribili crimini totalitari contro l’umanità e le gravi e sistematiche violazioni dei diritti umani siano ricordati e portati dinanzi ai tribunali, nonché per assicurare che tali crimini non si ripetano mai più».

Quello che l’Europa teme è la deriva autoritaria, il ritorno ad un fascismo politico che si sta preoccupando di riscrivere la storia e subordinare le istituzioni democratiche al volere di un “popolo sovrano”, come si legge chiaramente al ventesimo punto, in cui si esortano gli Stato membri ad «assicurare la loro conformità alle disposizioni della decisione quadro del Consiglio, in modo da contrastare le organizzazioni che incitano all’odio e alla violenza negli spazi pubblici e online, nonché a vietare di fatto i gruppi neofascisti e neonazisti e qualsiasi altra fondazione o associazione che esalti e glorifichi il nazismo e il fascismo o qualsiasi altra forma di totalitarismo, rispettando nel contempo l’ordinamento giuridico e le giurisdizioni nazionali».

Sembra tuttavia che il rischio di un revisionismo storico si ponga dalla parte di coloro che si arrogano il diritto di riscrivere la storia e i fatti secondo le proprie logiche e i propri interessi. In questo contesto si rischia di perdere di vista il punto più interessante di questa vicenda, ovverosia la totale involuzione dei valori non solo del socialismo e del comunismo, ma dei paradigmi e delle tematiche di sinistra in Europa. Come spiega Brando Benifei, eurodeputato PSE/S&D/PD: «di fronte a proposte di risoluzione che miravano ed equiparare tout court nazismo e comunismo, ad auspicare realmente un divieto negli ordinamenti nazionali delle denominazioni topografiche che facessero riferimento a personaggi storici o luoghi ricollegabili al marxismo, come gruppo S&D abbiamo voluto evitare che il Parlamento Europeo veramente si esprimesse in questo senso, come purtroppo era realistico accadesse senza la nostra azione». Tradotto: poteva andare molto peggio. Benefei, inoltre, ci spiega come funziona l’approvazione di una mozione del genere in sede parlamentare quando non si raggiunge a priori un accordo su un testo: «ogni gruppo che lo desidera prepara un proprio testo, ma dato che questi testi, se fossero votati ognuno dal proprio gruppo solamente, non potrebbero mai essere approvati per mancanza di una maggioranza, i gruppi iniziano poi subito a negoziare un testo comune a partire dai testi iniziali di ciascuno. Il testo finale che è stato poi presentato e votato è il frutto di questa negoziazione». Insomma, non importa difendere un ideale, poiché, per quanto possa costare, la governabilità non può essere messa in discussione, bisogna arrivare ad una mediazione, sempre e comunque.

La perdita di memoria che tanto affligge le istituzioni e i parlamentari europei viene messa in atto proprio da loro stessi ogni qualvolta decidano di difendere la governabilità del sistema sacrificando la memoria e la coscienza storica del proprio popolo, rinnegando la storia dei movimenti operai dell’Europa Occidentale, delle lotte di liberazione nazionale dei popoli del Terzo Mondo, dei nostri partigiani e della stessa Costituzione firmata da Umberto Terracini.