Che Recep Tayyip Erdogan fosse male avvezzo alla democrazia non è certamente notizia insolita nel panorama politico internazionale, se già nel 2003 – anno zero del suo mandato da primo ministro della Turchia – dopo una visita alla corte di George Bush a Washington D.C. sentenziò che “La democrazia è un prodotto della cultura occidentale e non può essere applicata per il Medio Oriente, che ha un diverso background culturale, religioso, sociologico e storico”. Quello che è avvenuto da poche ore a Istanbul – città natale dello stesso Erdogan e dalla quale in veste di sindaco iniziò la sua inarrestabile ascesa politica – è tuttavia un attentato alla democrazia così risonante, da trascendere qualsiasi teoria cospirazionista nei suoi riguardi, nonostante i mezzi di informazione, sotto suo stretto controllo, le promanino a tambur battente dal fallito golpe del 2016.

Le elezioni comunali erano, d’altronde, l’ultima tornata elettorale prima delle presidenziali, che vedranno la luce solo nel 2023 ed Erdogan, precipitato insieme alla Turchia in una crisi economica senza precedenti nel nuovo millennio, non aveva altra scelta che quella di un colpo di spugna per ribaltare una volontà popolare che – seppur con uno scarto di 25.000 voti in una città di quindici milioni di abitanti – aveva affidato le chiavi di Istanbul al candidato del partito di opposizione repubblicano e laico, Ekrem Imamoglu. Il Supremo Consiglio Elettorale, che già all’indomani delle elezioni aveva permesso ad Erdogan la riconta dei voti contestati, invalidando il voto a sindaco già insediato, ha dimostrato de facto di essere l’ennesimo orpello sotto cui si cela la dittatura del Sultano. La cartina tornasole che il Supremo Consiglio Elettorale fosse da tempo l’ennesima autorità fantoccio nelle mani di Erdogan è stato il Referendum costituzionale del 2017, vinto dal suo partito islamico-conservatore per una manciata di voti i quali – nonostante le intimidazioni e i brogli denunciati durante la votazione – non sono mai stati riconteggiati, né tanto meno hanno trovato accoglienza i ricorsi di annullamento del referendum presentati dai partiti di opposizione, rigettati anche dal Consiglio di Stato.

La fervente visione di Erdogan di risvegliare l’islamismo in chiave geopolitica si scontra, però, con la dura realtà della perdita di consenso in seno al suo popolo, con l’errore più grande di incapricciarsi su Istanbul senza preoccuparsi della tendenza degli altri risultati elettorali comunali, che oltre alla capitale Ankara hanno consegnato alle opposizioni le maggiori città costiere: Smirne, Antalya, Adana, Mersin, Tekirdag. La credibilità interna di Erdogan, mentre quella con l’Europa è ai minimi storici – vedasi le negazione dei comizi pre-elettorali ai ministri turchi in Germania ed Olanda, o i suoi tentativi di arruffianarsi i musulmani dei paesi balcanici – affonda ancora le sue radici nella religiosa e tradizionalista Anatolia, dove la percezione dei problemi legati alla crisi economica ed occupazionale e alla deriva personalistica del potere è più periferica rispetto alle grandi città. La svalutazione della lira turca seguita alla fuga di capitali esteri, dopo un decennio di spinta al libero mercato e facile accesso al credito, hanno creato una situazione di debito insostenibile per le imprese locali e un impoverimento cronico del ceto medio-borghese; come se ciò non bastasse, il plenipotenziario Erdogan non ha smesso di darsi da fare per sbarazzarsi delle opposizioni e incarcerare avversari – giornalisti ed insegnanti – con processi sommari, non senza etichettare come terrorista chiunque osasse mettere in discussione le sue politiche doppiogiochiste, unite all’armamento di eserciti ribelli per penetrare sempre più nelle zone del confine sud-est e dare la spallata finale alle legittime rivendicazioni dei curdi, stanziati lì da secoli.

La parabola di Erdogan, alla stregua di coloro che hanno preso il potere per vie democratiche per poi minare le fondamenta istituzionali dall’interno – operazione meno invasiva se comparata ad una perpetrata dall’esterno –, sembra mirare più al culto personale, partitico e islamico che alla difesa dei valori laici e repubblicani figli di Mustafa Kemal Atatürk, padre dei Turchi e della Turchia, il quale, seppur contrario al marxismo, ha lasciato in eredità quei rapporti di buon vicinato con la Russia e i paesi satellite nel Caucaso, che rappresentano oggi un’opportunità commerciale e diplomatica solida per un Presidente che sottomette impunito le istanze democratiche ad uno strumentale fanatismo religioso fortificato da steccati corruttivi.

Citando le parole di Lenin, coevo di Atatürk, tratte dalla sua lettera a Maksim Gorkij: “Un prete cattolico che violenti fanciulle è molto meno pericoloso per la democrazia di un prete senza abiti sacri, un prete senza religione grossolana, un prete ideale e democratico che predica la creazione di un nuovo Dio. Poiché smascherare il primo prete è facile, non è difficile condannarlo e scacciarlo, ma il secondo non si lascia scacciare così semplicemente”.