La notizia dell’abbattimento di un aeroplano statunitense nei cieli dell’Afghanistan rimbalza sui media di tutto il mondo. L’attacco è stato rivendicato dai talebani afghani, i quali hanno comunicato che stanno svolgendo le indagini per risalire all’identità delle vittime. Subito i media iraniani hanno rilanciato la notizia, citando fonti dell’intelligence russa, annunciando che sul velivolo abbattuto era presente il famigerato “The Wolf”, Micheal D’Andrea, ex capo del reparto antiterrorismo della CIA. Subito è arrivata la smentita del governo di Washington, che ha precisato che a bordo non erano presenti agenti dei servizi di spionaggio.

Mike (o anche Roger) D’Andrea, detto anche l’”Ayatollah Mike” o il “Principe delle tenebre”, è il carnefice dell’intelligence USA che, dal 2006 ad oggi, ha firmato un sensazionale numero di stragi in tutto il Medio Oriente, fino all’Asia Centrale. Oggi è di nuovo alla ribalta delle cronache perché considerato il cervello dietro all’omicidio del Generale iraniano Qasem Soleimani. Fu additato, inoltre, come il presunto deus ex machina della cattura e uccisione di Bin Laden, dell’omicidio dell’allora guida operativa di Hezbollah Imad Mugniyah ed ha ordinato centinaia di attacchi con droni, tra gli altri, in Yemen (dal 2010) e in Pakistan, dove, nel 2015, restò ucciso l’attivista italiano Giovanni Lo Porto. Fu poi allontanato dai vertici dell’antiterrorismo, perché condannato come responsabile di torture a centinaia di prigionieri sospettati di affiliazione ad al-Qaeda.

Anche se non confermata, la notizia ha una grande rilevanza, sia per quanto riguarda il bilanciamento delle coalizioni, sia per la questione della tanto declamata information warfare, la guerra della propaganda. Come riportato, i talebani hanno rivendicato l’abbattimento, avvenuto a qualche centinaio di chilometri dal confine con l’Iran, nel contesto del tentativo di espulsione degli USA da Medio Oriente e Asia Centrale. Tale atto, infatti, interviene anche nella disputa bellica tra USA e Iran, rivendicata da Teheran come parte della vendetta per l’assassinio del Generale Soleimani. D’altro canto, le tensioni e gli eventi clou della rinnovata crisi tra Washington e Teheran hanno generato una guerra di notizie e smentite, susseguitesi a ritmo incalzante da una parte all’altra. Recentemente, infatti, il governo statunitense ha confermato che 50 soldati coinvolti nell’attacco iraniano alla base di Ain-al-Asad dello scorso 8 gennaio sarebbero rimasti feriti, riportando alcuni problemi cerebrali di grave entità. Questa notizia seguiva al report del Pentagono, che aveva parlato di 34 feriti lievi, e ad un tweet di Trump, che aveva parlato di “qualche mal di testa e un altro paio di cose”. Vi è una forte pressione mediatica intorno alla crisi mediorientale, dunque ogni passo in avanti o indietro diviene oggetto di esaltazione o mistificazione, muovendo pedine in funzione di una possibile destabilizzazione popolare, e di possibile perdita di consenso. L’arma americana contro l’Iran, ad oggi, è questa: cercare di sobillare le masse sull’onda dei “signature strike” messi a segno dalle fazioni in campo, così come Teheran riguadagna terreno vendicando i martiri della patria.