«C’è la grandine, le frane, la siccità, la malaria, e c’è lo Stato. Sono dei mali inevitabili, ci sono sempre stati e ci saranno sempre», scriveva Carlo Levi nel romanzo Cristo si è fermato a Eboli. Nel 2019, l’elenco che l’intellettuale piemontese stilò per riassumere i mali che infestavano la sua amata Basilicata dovrebbe essere aggiornato inserendo una nuova calamità: il petrolio.

Il 23 aprile scorso è finito agli arresti domiciliari Enrico Trovato, ex dirigente Eni responsabile del Centro oli, meglio noto con l’acronimo COVA, sito alle pendici del Comune di Viggiano, un paesino in provincia di Potenza. Trovato è coinvolto nell’inchiesta condotta dai Carabinieri del Noe, coordinati dalla Procura di Potenza, su uno sversamento di petrolio che nel febbraio 2017 contaminò il reticolo idrografico della Val d’Agri. Nell’inchiesta sono indagate altre 13 persone fisiche e giuridiche tra le quali la stessa Eni e anche alcuni componenti del Comitato Tecnico Regionale della Basilicata. Le accuse, gravissime, riguardano i reati di disastro, disastro ambientale, abuso di ufficio e falso ideologico commesso dal pubblico ufficiale.

Il COVA, di proprietà di Eni, è lo stabilimento petrolifero su terra ferma più grande d’Europa, da lì si estrae l’80% del petrolio italiano e si soddisfa l’8% del fabbisogno nazionale. Oltre il COVA, in Basilicata Eni gestisce anche l’oleodotto Viggiano-Taranto, la centrale gas di Ferrandina, il centro olio di Pisticci e la centrale gas di Pisticci. Non a caso la Basilicata da qualche tempo è stata rinominata il Texas d’Italia. Questo Texas nostrano sembra avere anche le disponibilità economiche dello Stato nordamericano, perché la ventennale presenza del gotha dell’industria del gas e del petrolio – non solo Eni, ma anche Total, Shell, Mitsui, Rockhopper – garantisce alla Regione (e allo Stato e ai Comuni interessati) un’entrata consistente dovuta alle royalties che i signori del petrolio versano per ripagare il disturbo arrecato dalla loro presenza sul territorio. Si parla di cifre che nel biennio 2019/2020 oscillano tra i 251 e i 405 milioni di euro.

Dopo Carlo Levi, un richiamo ai romanzi di Leonardo Sciascia: le vicende della Val d’Agri hanno l’unico pregio di essere tanto articolate da sembrare uscite dalla penna di un illustre romanziere. I problemi di questo paradiso per gli uomini e gli idrocarburi risalgono al 2012, com’è noto grazie al memoriale lasciato da Gianluca Griffa, ex responsabile del COVA, morto suicida nel 2013 dopo aver denunciato i serissimi problemi tecnici dell’impianto, scoperti dai magistrati potentini solo nel 2016 quando la perdita di petrolio nel sottosuolo raggiunse le 400 tonnellate e venne infine ammessa anche da Eni. L’azienda cercò di tamponare lo scandalo, annunciando un piano di bonifica. La domanda sorge spontanea: perché l’Eni non ha rispettato il Codice dell’ambiente, il quale statuisce che «al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito, il responsabile dell’inquinamento […] ne dà immediata comunicazione»?

Lo stabilimento fu chiuso da una delibera regionale nel 2017 quando ormai l’inquinamento aveva già interessato quasi seimila metri quadri di terreno. Ma il COVA venne riaperto dopo appena tre mesi, senza aver ultimato i lavori di bonifica. Perché fu permesso all’impianto di riaprire così presto? Ora la Regione Basilicata si mette in fila per chiedere un risarcimento all’Eni, ma all’epoca rassicurava i cittadini per bocca del suo ex assessore all’ambiente Francesco Pietrantuono che tutto andava bene, nonostante i casi di morti sospette di animali ed esseri umani che vivono sui terreni limitrofi alle industrie. Se queste morti non sono dovute all’inquinamento del sottosuolo, a cosa sono imputabili?

Il procuratore capo di Potenza, Francesco Curcio, ha affermato che l’Eni ha agito mettendo il profitto dell’azienda davanti alla salute dei cittadini e causando probabilmente il disastro ambientale più grande che il nostro paese abbia mai sofferto. Il neo-governatore di centrodestra della Basilicata, Vito Bardi, è stato eletto il marzo scorso anche grazie all’apporto della Lega di Matteo Salvini che durante il tour elettorale andava dicendo che «se c’è una ricchezza nel sottosuolo bisogna prendersela». Bardi sull’arresto di Trovato non ha espresso una sola parola. Che cosa intende fare il governatore con gli accordi in corso con l’Eni? Cos’ha da dire sulla salute compromessa dei suoi concittadini?

La giustizia seguirà il suo iter, ci auguriamo non incorra nella ghigliottina della prescrizione come sta per avvenire per un altro processo penale che interessa il COVA, il cosiddetto “Petrolgate”, in cui si cerca di appurare la verità su un traffico illecito di rifiuti e presunte corruttele sugli appalti. Le responsabilità politiche sembrano evidenti e le domande a cui i diretti interessati devono rispondere sono tante. Forse stiamo assistendo alla messa in scena del capitolo mai ritrovato del romanzo Petrolio di Pier Paolo Pasolini, intitolato “Lampi sull’Eni”.