Lo avevamo detto. La Brexit è la grande occasione dell’Irlanda per unire, una volta per tutte, l’intera isola sotto l’egida della Repubblica. Lo Sinn Fein ha conquistato 37 seggi su 160, attestandosi come secondo partito sotto il Fianna Fail (38 su 160). È un risultato storico per la formazione repubblicana, che potrebbe innescare una nuova stagione per l’intero panorama politico irlandese.

Il caos derivato dalla Brexit ha causato un indebolimento della legittimità dell’Irlanda del Nord in quanto tale, poiché l’impossibilità fisica e politica di portarla fuori dall’UE ha reso quest’ultima, agli occhi dell’opinione pubblica, una sorta di corpo estraneo al territorio della Corona inglese. La partita che si gioca da decenni sul futuro, lealista o repubblicano, dell’Ulster, è tesa e pericolosa. L’incertezza che ha contraddistinto le trattative della Brexit riguardo l’attualità dell’Irlanda del Nord non ha fatto altro che aizzare il fuoco delle istanze di riunificazione. Da qui il boom dello Sinn Fein, partito politico da sempre simbolo dell’identità irlandese. Oltre ogni considerazione politica, il trionfo repubblicano è qualcosa di veramente atipico, se pensiamo che avviene in chiave prettamente nazionalista. Ai tempi dell’indipendentismo in salsa europeista, stile Scozia o Catalogna, l’Irlanda dà una lezione di unione nazionale fuori dagli schemi odierni. Se il voto allo Sinn Fein rappresenta comunque una scelta di “sinistra” e dunque di spaccatura rispetto al governo dell’austerità di Varadkar, non vi è dubbio che l’occasione della Brexit abbia riscoperto, negli irlandesi, un sentimento identitario parzialmente sopito negli ultimi anni. Lo Sinn Fein è uno dei partiti più votati tra giovani dai 18 ai 24 anni e, a dicembre, in Ulster, Sinn Fein e socialdemocratici avevano superato per la prima volta i lealisti di DUP e UPP. Ma lo stesso nazionalismo irlandese è corroso internamente dalle peggiori correnti progressiste (simili a quelle catalane e scozzesi) che, ahimè, abbiamo imparato a conoscere anche in Italia, soprattutto nelle fila della sinistra extraparlamentare. Proprio in virtù di tali osservazioni, bisognerà analizzare con cura l’operato di Mary Lou McDonald, Presidente dello Sinn Fein dal 2018 che, a differenza del suo predecessore Gerry Adams, non ha mai avuto alcun tipo di contatto con l’IRA. Senza l’eredità della lotta armata, certamente discutibile ma, allo stesso tempo, edificante a livello identitario, saprà interpretare al meglio le istanze repubblicane? Ad oggi parrebbe di sì, considerando lo straordinario risultato raggiunto. Il suo lavoro dopo l’exploit elettorale potrebbe essere addirittura facilitato dagli “inciuci” di palazzo tra Fianna Fail e Fine Gail, il partito del Premier uscente Leo Varadkar, pronti a escludere dal governo il secondo partito d’Irlanda con la scusa di non accordarsi con chi ha avuto un passato attivo nella lotta armata, nonostante la normalizzazione del partito avvenuta dopo gli Accordi del Venerdì Santo. Gli stessi che prevedono, come nel caso della Scozia, la possibilità di indire un referendum per l’indipendenza.​ “Il più grande errore fatto dagli Unionisti nell’ultimo mezzo secolo è aderire al piano di Boris Johnson sulla Brexit. Questo passo porterà a due conseguenze: l’impoverimento dell’Irlanda del Nord, e una corsa al referendum per l’annessione alla Repubblica d’Irlanda”.​ Così si esprime James McVeigh, ex militante dell’IRA, a proposito della Brexit e del futuro dell’Irlanda. È chiaro che la sottovalutazione delle spinte nazionaliste da parte del UK, unite alle sciagure neoliberiste dell’austerità, hanno portato a un intenso concentramento di voti verso la sinistra nazionalista, con uno strutturato programma di welfare e con la riunificazione dell’isola a fare da catalizzatore.​ Un laboratorio politico e ideologico molto particolare e, come detto, eccezione assoluta nei tempi in cui le identità nazionali vengono sottovalutate, o addirittura oppresse, in nome di una fumosa globalizzazione.

Verrà il tempo di un’Irlanda unita? Sarebbe probabilmente l’ora di veder sventolare il tricolore irlandese su Belfast e Derry, come avrebbero voluto i martiri detenuti a Long Kesh che, infreddoliti e affamati, sopravvivevano grazie alla divulgazione di una buona scèal, una buona notizia, comunicata in lingua irlandese da una cella all’altra.​ In questo quadro l’Unione Europea rimane a guardare, come fu negli anni dei Troubles, quando accettò silenziosamente i lager inglesi in cui erano detenuti i repubblicani irlandesi, ricoprendo inoltre un ruolo pressoché nullo negli Accordi del Venerdì Santo, il cui garante rimangono gli USA. Non ci resta che osservare i prossimi sviluppi, e chissà se, da qui a pochi anni, una “buona notizia” renderà giustizia a tutti i caduti per la libertà della propria nazione.