Il centrodestra si aggiudica l’Abruzzo. Marco Marsilio, cinquantunenne romano con origini abruzzesi, è il primo governatore eletto di Fratelli d’Italia che metterà piede nelle aule di una regione. A pochi mesi dalle europee, il risultato abruzzese, dagli esiti prevedibili ma allo stesso tempo sorprendenti, ci consegna un’Italia in fibrillazione. Vediamo perché.

Il centro-destra, dopo il voto del 4 marzo scorso, riprende il cammino unitario scegliendo un uomo del partito della Meloni, unica formazione in grado di fungere da cerniera tra l’oramai in picchiata Forza Italia e la nuova Lega nazionale, la quale da forza di governo cede a Fratelli d’Italia l’incombenza della sfida, assicurandosi la lealtà di un partito gemello da “usare” all’occorrenza ove in Parlamento mancassero i numeri necessari. I voti confermano il trend previsto: Marsilio raccoglie il 48% dei consensi, seguito dal candidato del centro-sinistra Giovanni Legnini con il 31,3% e dalla esponente del M5S Sara Marcozzi attestatasi al 20.1%. Due dati colpiscono immediatamente: ristabilimento della forma bipolare classica (centro-destra vs centro-sinistra) e mancato sfondamento del M5S. Sara Marcozzi, candidata per il M5S già nel 2014, prese cinque anni fa poco più dello stesso risultato: il 21.4%. Nota, questa, che ha permesso alla candidata grillina di dichiarare che «il nostro risultato va bene, abbiamo confermato il risultato del 2014» aggiungendo, inoltre, che «la sconfitta è del partito democratico e di Forza Italia, che hanno ceduto voti alla Lega». A cui ha fatto eco l’analisi di Gianluigi Paragone, dai microfoni di Radio Cusano Campus: «Il risultato ci dice che i cittadini abruzzesi hanno gradito il modo in cui questi anni sono state gestite le cose e quindi non avevano intenzione di cambiare».

E se la via stesse nel mezzo di queste due dichiarazioni? Leggendo i dati, infatti, emerge una volontà di cambiamento chiara se consideriamo la sonora bocciatura dell’establishment del Pd da parte degli elettori abruzzesi, facendo sprofondare la coalizione di centro-sinistra dal 46,2% dei voti espressi cinque anni fa, al 31,3% di oggi, con il Pd a fare da ancora di affondamento: passato dal 25,4% all’11%. Ma il dato sorprendente è quello registrato in casa “azzurra”. Sicuramente positivo è il risultato di Fratelli d’Italia, lucidato a dovere dal candidato di cui era espressione. Il movimento della Meloni registra un consenso in ascesa che lo porta ad ottenere un 6,5% partendo da un 2,9% di cinque anni fa. Regge senza particolari traumi, ma in evidente flessione, Forza Italia che perde sette punti percentuali rispetto al 2014, dal 16,6% al 9,07%. Ma assolutamente straordinaria e fuori da ogni prospettiva è il risultato conseguito dalla Lega di Matteo Salvini. Soprattutto se si considera che la formazione sovranista era alla sua prima discesa in campo in terra d’Abruzzo. Il “trattore sovranista” salviniano, che sarebbe meglio definire “spider”, essendo capace di passare da 0 a 27,54% in cinque anni, è destinato a salire ancora in quanto la Lega ha dimostrato di saper rispondere a due esigenze particolarmente avvertite dal popolo italiano: sicurezza e cambiamento. La sicurezza a cui si allude non è soltanto la stretta sull’immigrazione, ma la capacità di dialogare dove occorre, dimostrando una “flessibilità nella coerenza” che spesso manca alla compagine pentastellata, talvolta troppo irrigidita su di sé e fuori tempo nelle mosse politiche (vedi incontro con i gilets jaunes)

Ma il voto abruzzese apre prospettive nuove proprio in casa M5S; non sono poche le voci che, a poche ore dall’esito elettorale, contestano la linea voluta da Luigi di Maio, servendosi come grimaldello proprio del mancato risultato raggiunto. Se la deputata Elena Fattori ribadisce come «spostarsi a destra non paga», il deputato Giorgio Trizzino paragona addirittura il “governo del cambiamento” alle “convergenze parallele” di Moro, spiegando però che

«mentre Moro puntava a una geniale operazione di inclusione sociale e politica in nome di una idea grande della democrazia e della giustizia sociale, la Lega di Salvini […] ha puntato scientificamente a indebolire ideologicamente e politicamente il 5S, con il chiaro obiettivo di usarlo fino in fondo prima di gettarlo via […] e così un programma di governo nato “paritario” […] vede oggi un deciso sbilanciamento […] in un contesto politico generale nel quale Salvini ha imposto i temi ideologici della chiusura razziale e della sicurezza personale, compromettendo l’identità plurale, sociale e tollerante del M5S».

Critiche dalla voce sin troppo riconoscibile, come la fronda interna capitanata dal presidente della Camera Roberto Fico e Nicola Morra, presidente della Commissione parlamentare antimafia, che alcuni dicono siano pronti a fare armi e bagagli e andarsene, colpendo al cuore la maggioranza governativa, votando positivamente all’autorizzazione a procedere nei confronti di Matteo Salvini, per il caso Diciotti.