«Il linguaggio politico è concepito in modo da far sembrare vere le bugie e rispettabile l’omicidio, e per dare parvenza di solidità all’aria». Prendiamo questa cesellata analisi del politichese di George Orwell e mettiamola da parte.

Oggi l’allarme tribale ci porta ai piedi delle esternazioni di Luigi Di Maio in merito al medium di Johannes Gutenberg, imponendoci accurate riflessioni. L’editoria è in profonda crisi: economica, deontologica ed esistenziale, la vicenda “salvate il soldato «L’Espresso» ne è superbo esempio. Il vicepremier pentastellato ha diffuso tra le scie chimiche del Paese tali constatazioni: «Per fortuna ci siamo vaccinati anni fa dalle bufale, dalle fake news dei giornali e si stanno vaccinando anche tanti altri cittadini tanto è vero che stanno morendo parecchi giornali tra cui quelli del Gruppo L’Espresso che, mi dispiace per i lavoratori, stanno addirittura avviando dei processi di esuberi al loro interno perché nessuno li legge più perché ogni giorno passano il tempo ad alterare la realtà e non a raccontare la realtà».

Al di là delle problematiche sanguinose denunciate dal Gruppo Gedi, il vero termometro del giornalismo odierno è quello di “periferia”: corrispondenti che guadagnano cifre irrisorie “a pezzo” (dai 5 ai 16 euro lordi o compensi in base ai clic o alla pubblicità procacciata), scrivendo in zone magmatiche e rischiando la pelle. Questo perché accade? Perché oggi la pretesa aurea è “informazione gratis, veloce, a portata di smartphone, con approfondimenti leggeri di qualità”. Non interessa più essere formati e critici, si pretende di essere informati e alleggeriti, magari da una “big pen” del giornalismo. Il grande nome aggiusta sempre tutto, a volte può scrivere anche il nulla cosmico, però, “tira”. Cosa tira? Clic, likes, audience, in soldoni virtualità che si tramuta in money, l’unica via possibile nell’epoca ultra-contemporanea e umano-digitale. Le realtà editoriali investono su uno o due grandi nomi e non cercano più di formare sette-otto grandi osservatori-narratori, che si porrebbero per propensione naturale come mentori della società. Interessano le money machines, non le guide spirituali, poiché la pecunia che foraggia l’impresa è poca e proviene prettamente dal finanziamento pubblico e dalla pubblicità, ultimo salvagente del settore.

Un dato è certo: la cronaca non morirà mai, perciò lo spettro di avere grandi agenzie di stampa con pochi professionisti a trasformare il prodotto d’informazione in un prodotto di consumo isterico è reale. Oggi il mare magnum dell’informazione, diviso tra siti senza arte né parte, blogs overground e testate storiche, vede una professionalizzazione e una qualità di fondo ai minimi storici. Il trash è diventato un mantra eco-sostenibile mentre lo scandalo ad hoc rimane una tecnica mordace per stimolare il clic, magari con titoloni a trabocchetto e notizie di dubbia attendibilità. La colpa suprema è della struttura d’approdo, tragicomicamente fallimentare. Un giovane appassionato, lettore, incazzato, arso dal sacro fuoco della verità, si ritrova a rompersi la testa a un triplice bivio: la mia famiglia è facoltosa? Vado in una scuola di giornalismo o in un master strapagato per avere una corsia preferenziale (ma non è detto che lavori bene, l’editoria non assume più); la mia famiglia non è facoltosa? Cerco una testata che mi dia la possibilità di raggiungere il tesserino da giornalista pubblicista e dopo due anni di sfruttamento e dubbi pagamenti, mi getto nel burrone senza paracadute; non ho una famiglia facoltosa e non mi interessa il sacrificio? Apro un blog senza fondamenta solide di ricercatezza e analisi, basandomi solo sul mio “talento” e sulla dimestichezza d’utilizzo dei social. In tal modo la sedicente mediocrità e l’applomb virale dei miei contenuti possono rendermi meno precario del solito e farmi diventare una webstar. Ecco la via più gettonata tra i giovani pseudo-narratori dell’ultra-contemporaneità, strategia d’approdo che non può essere osteggiata da Di Maio e soci, poiché è la medesima che li ha visti nascere politicamente. Evviva l’era della mediocrità! Dare la possibilità di aprire un sito d’informazione, di fare “il giornalista” e di diventare opinion leader a gente che non ha studiato, non studia e non ha fatto la gavetta partendo dal primo scalino della scala fino ad arrivare all’ultimo, ha portato a devastare il mestiere dell’osservatore-narratore (perché il giornalista è tale e se non lo è, è solo un marchettaro).

Da questo mancato rispetto per la professione, per la qualità dei contenuti, per la fiamma della critica e la luce delle narrazioni parte la crisi dell’editoria che prostra «L’Espresso» in ginocchio e spacca i giornali storici in due, con pochi assunti a difendere alacremente il posto e fiotti di corrispondenti che ruotano malinconicamente, facendo la fame, e non avendo prospettive di essere il ricambio generazionale, poiché l’organico si restringe puntualmente.

La preoccupazione di Di Maio è un’altra: “il rumore dei nemici”, citando José Mourinho, che sono protagonisti di un dilagante conflitto d’interessi e contrastano con fake news l’opera del Movimento 5 Stelle: «Nei media c’è un conflitto di interessi pazzesco. Da una parte c’è Berlusconi e dall’altra c’è De Benedetti. È arrivato il momento di fare una legge contro il conflitto di interessi così chi possiede dei giornali non avrà più commistioni con la politica». Il vicepremier s’illude di aver generato assieme al suo Movimento i “nemici editoriali”. Ogni governo, gruppo politico, cuore pulsante d’opinione ha sempre e costantemente avuto oppositori nel medium torchiato. Illudersi di andare incontro al pensiero unico è un’idea di forte propulsione squadrista. Non bisogna dimenticare che anche un Berlusconi, che foraggiava differenti media a suo uso e consumo, aveva una schiera di nemici che cercavano di distruggerlo. D’altro canto Di Maio non dovrebbe dimenticare organi d’informazione e prodotti editoriali che hanno distrutto Renzi, per esempio, dando una spinta decisiva alla campagna elettorale a 5 Stelle di marzo. «Il Fatto Quotidiano» e Renzusconi docet. Gli oppositori inverecondi, che utilizzato talvolta strategie poco ortodosse per vincere la partita, sono una consuetudine vecchia quanto il mondo. Quando in gioco c’è la fetta più grande della succulenta torta del Kratos si diventa disumani. Credere di vincere la partita, risolvendo il gravissimo status dell’editoria italiana, togliendo il finanziamento pubblico ai giornali, è come un medico che per essere certo di debellare la malattia di un complicato paziente lo sopprime.