Per moneta fiscale o credito fiscale si intende un qualsiasi titolo emesso da uno Stato che sia utilizzabile dai cittadini per far fronte al pagamento delle tasse. Un artefizio partorito dalla lugubre scienza, per dirla con Pound, con cui poter far fronte a periodi di stagnazione economica e/o di bassa circolazione monetaria.

Dopo decenni di “avanzo primario”, un cambio fisso svantaggioso per le nostre esportazioni e l’inconsistenza politica di chi ci governa, la moneta fiscale potrebbe essere una strada percorribile per ridare fiato a famiglie ed imprese, strangolate dall’enorme pressione fiscale – che viene per la maggior parte impiegata per pagare gli interessi sul debito pubblico e non investita in infrastrutture e servizi –, mortificate dalla perdita di potere d’acquisto degli stipendi e, più in generale, in balia delle negative congiunture economiche.

In effetti, l’attuale governo ha, o meglio, aveva in programma qualcosa di simile: i minibot, una sorta di moneta parallela all’euro, di cui i cittadini avrebbero potuto servirsi per pagare le tasse dell’anno successivo. Un esempio pratico per capire il concetto è quello dei crediti per le ristrutturazioni edilizie, con cui lo Stato consente di scalare dalle tasse negli anni a venire metà delle spese sostenute.

Insomma: un modo come un altro per salvaguardare la disponibilità economica di famiglie e imprese che, in questo modo, potrebbero tornare a spendere con più serenità facendo ripartire i consumi interni. L’idea della moneta fiscale in sé non è malvagia e, anzi, al netto del dogma euro sarà una delle poche strade percorribili. Ciò che invece stona, e tanto, è che questo progetto sia stato recentemente riproposto non da qualche economista eterodosso, non da un politico in campagna elettorale, bensì da un pool di economisti tedeschi, coordinati da Deutsche Bank. Il fatto che a suggerirci una ricetta del genere sia gente che in tutti questi anni si è arricchita anche grazie all’ingessatura della nostra capacità d’esportazione e alla riduzione dei nostri consumi interni – grazie ai nostri sacrifici, dunque – è politicamente e moralmente inaccettabile.

La frenata tedesca degli ultimi mesi non è un qualcosa di fisiologico, bensì il sintomo di problematiche strutturali ben più profonde. Naturale dunque, per i tedeschi, tentare di salvaguardare ciò che hanno di più caro tra le mani: l’euro. La moneta unica, plasmata sul marco, è stata il vero motore della locomotiva di Berlino: un suo deprezzamento, per ridare vigore all’economia europea, sarebbe la fine del sogno egemonico tedesco. Dunque ora – ma soltanto ora – le nazioni europee che in tutti questi anni hanno visto distrutte la proprie ricchezze possono ricominciare a pensare a se stesse, ma solo per gentile concessione di Berlino. Meglio cedere terreno in ordine davanti al nemico che fuggire disordinatamente: l’arma, ehm pardon, l’euro non può essere lasciato in mano all’Italia.