La proposta di acquisto della Groenlandia da parte degli Stati Uniti non deve passare come una nuova “sparata” del presidente Trump. L’acquisizione di territori in cambio di valuta contante è infatti prassi ricorrente nella storia degli Stati Uniti, che attraverso tale sistema si sono evoluti nel tempo, passando dall’essere un piccolo Stato costiero delle Americhe nordorientali a padroni indiscussi dell’intero continente, in poco più di un secolo.

Sino alla prima metà dell’Ottocento, in effetti, gli Stati Uniti avevano un’estensione molto minore dell’attuale, ma rappresentavano una potenza emergente che, spinta da un’economia in costante sviluppo e dalle idee messianiche dei coloni puritani, vedeva nell’espansione nell’intero Nord America l’obiettivo fondamentale da perseguire.

L’idea di destino manifesto era ed è, infatti, profondamente radicata nell’immaginario statunitense, basandosi sulla convinzione messianica che quello americano sia una sorta di nuovo popolo eletto: il viaggio dei padri pellegrini attraverso l’Atlantico visto come un battesimo, un atto di purificazione dal “vecchio mondo” europeo, ormai corrotto; la conquista di un nuovo mondo, poi, sorta di paradiso terrestre, su cui fondare una nuova civiltà, ricacciando indietro “selvaggi urlanti” (i pellerossa) e belve feroci; l’espansione da est verso ovest, infine, seguendo cioè la stessa traiettoria del sole, che sorge a oriente e tramonta a occidente.

Questa lettura fatalistica della storia statunitense ne ha fortemente condizionato la politica estera lungo il corso di tutta la sua esistenza ed è servita come base ideologica per la sua espansione continentale e globale, nel corso del tempo.

Sulla strada del West gli Stati Uniti hanno tuttavia sempre preferito l’accordo (spesso, appunto, economico) alla guerra di conquista, anche in quei casi in cui alle resistenze della controparte, era seguito uno scontro armato. La guerra contro il Messico, ad esempio (1846-1848), fu causata dal desiderio di annessione a Washington del Texas, controllato in quel momento proprio dal vicino messicano. Alla vittoria militare degli USA e all’acquisto del territorio conteso (con l’aggiunta di Nuovo Messico e California), tuttavia, seguì comunque un risarcimento economico da parte degli americani.

Altro caso celebre è quello del Louisiana purchase (1803), l’acquisto cioè di un territorio immenso (oltre 2 milioni di chilometri quadrati) dalla Francia per 15 milioni di dollari (l’equivalente di circa 600 miliardi attuali). Seguì poi l’acquisto dell’Alaska dalla Russia (1867) per 7,2 milioni di dollari; scelta controversa e molto dibattuta al tempo questa, poiché furono in molti a criticare la decisione di spendere una cifra tanto elevata per uno “scatolone di ghiaccio”.

L’eventuale acquisto della Groenlandia non corre invece questo rischio. Con l’ormai avanzato scioglimento dei ghiacci perenni e la conseguente Corsa all’Artico, la rilevanza geopolitica dell’isola più grande del mondo appare evidente. Il dominio sul territorio fornirebbe infatti agli Stati Uniti la possibilità di controllare lo spazio artico in tutti i suoi punti strategici, dallo Stretto di Bering sino al Mare di Norvegia e al Mare di Groenlandia. Tale mossa ha particolare rilievo se osservata nell’ottica del contenimento russo. L’impegno militare sempre maggiore degli Usa in Islanda e l’alleanza di Washington con Londra – destinata a rafforzarsi esponenzialmente dopo l’uscita del Regno Unito dall’UE – sono entrambi tasselli di questo gioco.

La proposta di acquisto si inserisce poi in un momento di particolare tensione tra la Groenlandia e la madrepatria, con la prima che insiste per l’indipendenza e Copenaghen che, prevedibilmente, va nella direzione opposta. Ad oggi, il vincolo principale che lega l’isola alla Danimarca sono le ingenti sovvenzioni che quest’ultima concede annualmente e a cui appare difficile rinunciare, per i delicati equilibri economici groenlandesi.

Le affermazioni di Trump dunque, tutt’altro che peregrine, oltre ad affondare le proprie origini nel profondo della storia statunitense, testimoniano la vivacità dell’Impero americano, affatto deciso a mantenere la propria egemonia globale e ancora oggi (sempre più) indiscusso padrone dei mari.