Avanza impietosa la corsa verso le europee del 26 maggio. Opposizioni starnazzanti lasciano il campo alle botte da orbi che volano tra gli esponenti della maggioranza. Non illudiamoci: l’apparente poliedricità dell’offerta politica italiana è tutta compressa sotto il fragile ombrello del “stavolta l’Europa la cambiamo da dentro e per davvero!”. Un ombrello che difficilmente riuscirà a proteggere i partiti di Governo dalla pioggia di contraddizioni cui si sono esposti: ultima, in ordine di tempo, è quella della normativa sul Made in Italy e sui marchi storici inserite nel Dl Crescita del 24 aprile.

Riavvolgiamo il nastro e torniamo allo scorso 4 aprile: a Palazzo Chigi viene varato il Dl Crescita, ma con riserveTra le tante misure adottate c’è spazio anche per la cosiddetta “norma Pernigotti” – copyright by Di Maio: se un’azienda storica italiana decide di delocalizzare, licenziando così i propri dipendenti, dovrà rinunciare al proprio marchio. Che meraviglia, finalmente un provvedimento sovranista teso a proteggere il Made in Italy!

Sorvolando sulle schermaglie interne all’esecutivo su chi abbia fatto o promosso cosa – Mariassunta perdonaci, ma la proposta della Lega a prima firma Molinari ci convinceva di più –, giungiamo al Consiglio dei Ministri dello scorso 24 aprile, quando le riserve della prima versione del Decreto Crescita vengono sciolte squarciando il velo d’ipocrisia circa l’effettiva portata della normativa: dall’ipotesi commissariamento o quantomeno divieto di utilizzo del marchio in caso di delocalizzazione si passa a ben altro. Le aziende storiche che decideranno di delocalizzare – foss’anche in un’altra provincia italiana – dovranno notificare al Ministero dello Sviluppo Economico le loro ragioni, impegnando così il Governo a rimediare al processo di desertificazione del territorio; in caso di chiusura dell’attività, con annesso licenziamento collettivo, non è previsto invece alcun commissariamento, bensì una notificazione al Mise in cui indicare le azioni adottate per trovare un acquirente; se questo manca il Governo aiuterà l’impresa storica in crisi attingendo a una parte dei fondi speciali ministeriali per la riconversione industriale. L’importo inizialmente previsto ammontava a 100 milioni di euro, salvo poi abbassarsi a 30 con l’ultima versione del Decreto. Briciole.

Di fianco a queste flebili misure, il Decreto prevede un “registro dei marchi storici” presso l’Ufficio Italiano Marchi e Brevetti, un contrassegno “Made in Italy” per combattere il fenomeno dell’italian sounding – valido solo nei mercati extra-UE, guai a intaccare la concorrenza nel mercato unico – e il divieto – ricordiamo che la norma ha efficacia solo entro i confini nazionali –  di adottare marchi in grado di danneggiare l’immagine del Paese.

Una normativa sterile, adottata tardi. Il comparto industriale italiano è sotto scacco: secondo il Sole24ore nel solo 2018 le aziende italiane sono state oggetto di ben 830 operazioni di cessione all’estero per un valore complessivo di 46,6 miliardi. Un saccheggio. Grazie al caro Mario Monti, l’Italia ha infatti sì recuperato un pesante deficit sul saldo commerciale con l’estero, pagando però un prezzo salato in termini di costi sociali: è il sacrificio richiesto per mantenere in vita l’Euro, fin dalle origini strutturato per essere una riproposizione in diversa salsa del Gold Standard. Queste parole di Guido Carli, risalenti al secolo scorso, sono in tal senso profetiche: “L’argine contro il dilagare del potere d’acquisto che movendo dagli Stati Uniti minaccia di sommergere l’Europa, si continua a sostenere, potrebbe essere innalzato esclusivamente mediante il ripristino del Gold Standard. In realtà, concezioni del genere incontravano, un tempo, un coerente completamento nelle enunciazioni che attribuivano al meccanismo concorrenziale il compito di realizzare, mediante congrui adattamenti dei livelli salariali, il riequilibrio dei conti con l’estero. Insomma, il ritorno alla convertibilità aurea generalizzata implicava governi autoritari, società costituite di plebi poverissime e poco istruite, desiderose solo di cibo, nelle quali la classe dirigente non stenta ad imporre riduzioni dei salari reali, a provocare scientemente disoccupazione, a ridurre lo sviluppo dell’economia”.

L’aggiustamento degli squilibri con l’estero all’interno dell’eurozona è destinato a pesare sulle spalle dei lavoratori e questo meccanismo non è riformabile. Qualsiasi percorso di modifica ai trattati teso a giocare la carta della solidarietà troverebbe l’ostacolo non solo della Corte di Giustizia UE, ma anche della Corte costituzionale tedesca. In Europa comanda Berlino e per cambiare le regole è necessaria l’unanimità del Consiglio Europeo. A Palazzo Chigi sanno perfettamente che normative sul Made in Italy come quelle adottate nel Decreto Crescita sono sostanzialmente inutili. La speranza di assistere a un dibattito degno di questo nome sul progetto europeo in occasione delle prossime elezioni sta progressivamente svanendo: mentre assistiamo a costanti rinegoziazioni degli impegni presi dall’esecutivo è partita infatti l’annosa corsa al “cambiamola da dentro”. Prepariamoci a sbadigliare per tutto il mese di maggio.