Minimo sforzo, massimo risultato. È il principio di economia a cui nessuno razionalmente si sottrae. Se lo si fa è perché si è compreso che una certa esperienza, al di là del riscontro immediato che se ne può ricavare, è importante e significativa per la propria vita, al punto da poter fare dei sacrifici ed essere persino disposti a perderci. È la logica dell’amore, della passione per qualche cosa. 

Quanti potranno mai essere gli studenti che negli anni di istruzione obbligatoria abbiano raggiunto un livello di maturità tale da comprendere il valore intrinseco della loro formazione? Probabilmente pochi, anzi pochissimi. Chi intuisce precocemente che il mondo fuori dalle mura scolastiche è complesso e che per affrontarlo occorre essere armati di quell’ostico patrimonio di conoscenze che tanto ci sforziamo di accrescere è l’eccezione, non la regola. Chi riesce a scoprire autonomamente la bellezza che si cela sotto le pile insormontabili di libri e manuali è l’eccezione, non la regola. Chi si sforza di andare oltre il carisma del singolo professore e interroga personalmente la materia è l’eccezione, non la regola. Ed è più che normale che sia così. 

A tutela di tutti gli altri studenti, meno capaci ad automotivarsi, ma ugualmente intelligenti, ci dovrebbe essere il sistema della scuola dell’obbligo. Significa che lo Stato si impegna a garantire per tutti i suoi futuri cittadini un livello di preparazione minimo che consenta loro di poter contribuire attivamente allo sviluppo della società. Per il migliore interesse di quei futuri cittadini, lo Stato dispone che siano obbligati a formarsi e certifica il raggiungimento degli obiettivi previsti. Alla base di un sistema di questo tipo, tuttavia, sta l’idea fondamentale che non solo tutti debbano essere formati, ma che tutti possano altresì esserlo. Che non ci siano pecore nere, elementi che possano essere scartati con indifferenza e lasciati ai margini. Che tutti, a seconda del particolare percorso intrapreso, possano farcela. O almeno così dovrebbe essere.

Le classifiche Invalsi, invece, ci illustrano un panorama ben diverso. Oltre alla dispersione scolastica esplicita – che coinvolge giovani fra i 18 e i 24 anni con diploma di scuola secondaria di primo grado o qualifica di due anni di formazione e si attesta su una percentuale del %15 – c’è infatti una drammatica fetta di studenti (%7,1) che, pur avendo portato a termine gli studi, dimostra di non aver raggiunto i traguardi minimi previsti dopo 13 anni sui banchi di scuola (dispersione scolastica implicita). Questo significa che, al di là del tipo di lavoro che potranno svolgere, saranno persone che si muoveranno con estrema difficoltà in un mondo sempre più complesso sotto ogni punto di vista, in cui ogni operazione è mediata da procedure e istruzioni precise che richiedono un sempre maggior numero di competenze. 

E la risposta del sistema di fronte a questi dati qual è? Dare ulteriore impulso alla mediocrità. Ironia della sorte, la strategia che si è individuata per combattere la dispersione esplicita favorisce ampiamente quella implicita. Non importa che gli obiettivi formativi non vengano raggiunti: alla fine si viene promossi lo stesso. In qualche malaugurato caso rimandati, ma non c’è troppo da preoccuparsi perché a settembre in qualche modo ce la si cava. È una prassi sempre più in uso quella di evitare a tutti i costi le bocciature. Siamo d’accordo che perdere l’anno non sia una vittoria, né per lo studente, né per i suoi insegnanti. È una sconfitta. Ma servono anche le sconfitte per crescere, per capire il valore delle cose. Altrimenti qual è il risultato? Qual è il messaggio che indirettamente passa ad uno studente che riesca a conseguire un risultato minimo anche senza impegnarsi? Che può impegnarsi ancora meno di quanto già non faccia. Torna il principio di economia. E non sono qui gli studenti a dover essere condannati, ma il sistema che non essendo meritocratico favorisce il lassismo in chi avrebbe bisogno di più sostegno educativo, e la scialba mediocrità dei più autonomi. 

Quello che si sta dicendo a quei ragazzi è che non vengono presi sul serio. Che non importa a nessuno che imparino le cose o no. Basta che non creino problemi e se ne vadano il prima possibile, trascinandosi con tutte le proprie lacune al grado successivo. Ed è a partire da questo genere di mentalità che comincia la vera marginalizzazione. Ci saranno sempre studenti che provenendo da ambienti educativi e socio-economici privilegiati ce la faranno in ogni caso. Ma gli altri? 

I giovani amano le sfide, sono fatti per l’asticella che si alza, non per quella che si abbassa. Hanno bisogno di vedere che se ci provano, se si impegnano possono farcela a superarla, anche a costo di cadere, purché ci sia un educatore a dire loro di riprovarci anziché arrendersi. Nessuno potrà convincere un adolescente del proprio valore se non sarà lui stesso a farlo perché si è misurato con le sue esperienze e si è guadagnato le sue vittorie al costo delle sue sconfitte. E se si cade in quella palestra che è scuola, non ci si farà tutto sommato troppo male.