Il 26 marzo, dopo anni di negoziati, polemiche e proteste, è stata approvata a Strasburgo la direttiva europea sul diritto d’autore nel mercato unico digitale con 348 voti a favore, 274 contro e 34 astensioni. Tale riforma si pone l’ambizioso obiettivo di andare a regolamentare il diritto d’autore sul web, cercando di trovare un equilibrio tra la salvaguardia dei diritti e degli interessi degli autori, da un lato, e degli utenti dall’altro. Queste nuove norme vorrebbero andare a rafforzare la possibilità per i titolari dei diritti –  musicisti, artisti, interpreti e sceneggiatori e editori di notizie –  di negoziare migliori accordi sulla remunerazione derivante dall’utilizzo delle loro opere presenti sulle piattaforme internet; allo stesso tempo si vorrebbe garantire all’utente la libera fruizione di quanti più contenuti possibile.

Un simile equilibrio, tuttavia, è difficile da raggiungere: per questo motivo sono tanti gli scetticismi che ruotano attorno al testo recentemente approvato. Nell’occhio del ciclone sono finiti, in particolare, gli articoli 11 e 13.

L’articolo 11 riguarda la «Protezione delle pubblicazioni di carattere giornalistico in caso di utilizzo digitale»: con esso le piattaforme online che pubblicano snippet a carattere giornalistico sono tenute a munirsi preventivamente di una licenza rilasciata dal detentore dei diritti – diritti che hanno la validità di vent’anni dall’uscita della pubblicazione. L’articolo 11 si prefigge l’obiettivo di garantire una remunerazione per l’utilizzo dell’opera al detentore dei diritti. Tuttavia, nonostante l’obiettivo sia pienamente condivisibile, l’articolo presenta una problematicità: la sua attuazione potrebbe causare una diminuzione di visibilità e di traffico verso alcuni siti di notizie, poiché le grandi piattaforme come Google potrebbero decidere di non pagare il compenso per determinati siti o articoli.

È stato però l’articolo 13 a suscitare i maggiori dubbi e a scatenare le più accese polemiche, alle quali si è unito il vicepremier Luigi Di Maio. Questo riguarda l’«utilizzo di contenuti protetti da parte di prestatori di servizi della società dell’informazione che memorizzano e danno accesso a grandi quantità di opere e altro materiale caricati dagli utenti». Si teme infatti che tale articolo possa rivelarsi un pericoloso strumento di censura preventiva dal momento che prevede l’uso di non meglio specificate «misure, quali l’uso di tecnologie efficaci per il riconoscimento dei contenuti», atte a evitare che vengano caricati materiali protetti dal diritto d’autore. Tali misure sarebbero dunque dei filtri preventivi – con una funzionalità simile a quella di Content ID di YouTube – che, tramite un riconoscimento automatico, dovrebbero essere in grado di verificare se il contenuto caricato sia o meno protetto da copyright e, nel caso, di impedirne la pubblicazione. La maggiore problematicità in questo caso starebbe nel fatto che tale controllo verrebbe con tutta probabilità affidato ai logaritmi delle piattaforme, col rischio che essi censurino anche contenuti effettivamente non coperti da copyright.

Gli obiettivi della direttiva europea sul diritto d’autore sono dunque pienamente condivisibili, tuttavia la vaghezza – forse voluta – nella stesura di alcuni punti lascia piuttosto scettici e dubbiosi. La situazione peraltro è ancora in divenire, poiché manca il voto del Consiglio Europeo che dovrà approvare interamente il testo della direttiva affinché essa entri in vigore; dopodiché i singoli Stati avranno due anni di tempo per recepirla. Inoltre, trattandosi di una direttiva e non di un regolamento, essa non impone norme agli Stati, ma degli obblighi di risultato, lasciando così ad ogni singolo Paese la libertà di scegliere le modalità con cui perseguirli. Se ciò, da un lato, rischia di provocare confusione, andando a creare situazioni disomogenee nei vari Stati dell’Unione, dall’altro potrebbe essere un modo per arginare, almeno in Italia, le storture che potrebbero derivare dai punti poco limpidi della direttiva, considerato che l’attuale Governo si è detto contrario al testo approvato a Strasburgo.