Non è stata una settimana facile per il governo giallo-verde e i suoi leader, Di Maio e Salvini. Ruggiti, malcontenti e frecciate continue hanno esasperato una situazione che, pur con molti alti e bassi, sembrava reggere, costringendo la coalizione a tentare l’impresa di instillare garanzie di lealtà politica, da un lato, e rinserrare le fila dell’elettorato in previsione del voto di fine maggio, dall’altro.

Non si può certo dire che a questo gioco non si sia prestato Matteo Salvini, il quale – come testimoniato dai sondaggi – ne esce come il vero vincitore. Le sue incursioni verbali e le azioni di forza condotte contro il traffico dei migranti hanno rivoluzionato i rapporti di forza intragovernativi, spingendo Di Maio e il M5S a gettarsi con maggior enfasi sulle tematiche sociali, scontando tuttavia la carenza di carisma e il fatto di essere percepiti da una grande fetta d’elettorato come neutri, in un periodo in cui tale parola somiglia pericolosamente ad un’altra: “vuoti”.

La cravatta di Di Maio e il bon ton adottato nelle conferenze stampa, piuttosto che nei salotti televisivi, somiglia tremendamente a quello di Juncker, di Calenda e di Martina. Non basta il reddito di cittadinanza, né il taglio degli stipendi ai parlamentari se non riesci a toccare il cuore dei cittadini, facendoti alfiere di temi sensibili e strategici, accettando il rischio di sfiorare pericolosamente le ricadute ideologiche; ideologia, d’altronde, è una parola messa rigorosamente al bando dai grillini, che non sembrano averne colto il potere e lo scintillio, radicato nell’intimo delle persone.

Dunque «occorre cambiare, Luigi», sembra avergli suggerito Vincenzo Spadafora, “compaesano” e vero uomo d’ombra del vicepremier, fine stratega, prototipo in salsa nostrana del perfetto liberal statunitense e protagonista principale dello scontro con Salvini sull’opportunità o meno di recarsi al Congresso delle famiglie di Verona. Tale evento ha infatti permesso ai pentastellati di trovare una identità da spendere in vista delle europee e di convincere Di Maio a sposare una politica che trova in uomini come Roberto Fico – sul tema dei migranti – la sponda perfetta per essere “esistenzialmente” alternativi alla Lega.