Fallimento è un termine improprio – fortunatamente per i correntisti dell’istituto e noi tutti – ma gli scricchiolii di una delle più importanti banche d’Europa, fanno presagire un futuro tutt’altro che roseo per l’economia continentale e globale. Il 7 luglio, infatti i dirigenti di Deutsche Bank hanno annunciato l’avvio di un maxi-piano di risanamento che comprende circa 18mila licenziamenti entro il 2022 nelle sedi operative della banca in giro per il mondo e la creazione di una bad bank parallela, pronta ad assumersi i rischi della spazzatura posseduta dall’istituto. È il primo presupposto per il risanamento, tuttavia, quello che ha fatto scattare l’allarme generale negli osservatori esterni, dai media agli analisti. Vedere gli ex dipendenti avviarsi al parcheggio con gli scatoloni in mano ha acceso una flebile lampadina all’interno dell’opinione pubblica sull’effettivo status quo dell’istituto bancario ritenuto “solido” per eccellenza, il modello intoccabile.

Deutsche Bank, reduce di recente dalla fallita fusione con l’altro colosso tedesco, Commerzbank, già parzialmente nazionalizzato, non è nuova né ad inchieste e valutazioni, né a stress test, ad opera degli enti di controllo nazionali e sovranazionali, con esiti fortemente negativi. Già secondo quello condotto dalla EBA (Autorità Bancaria Europea), nel 2016 figurava ai primi posti tra le dieci peggiori banche in quanto a stabilità. Fu messa sotto inchiesta nel 2013 in Germania per riciclaggio e dovette pagare fino a 14,5 mld di dollari di multe per gli scandali bancari in cui si trovò coinvolta. Possiede infatti quantità abnormi di crediti deteriorati (o NPL, Non Performing Loans) tra sofferenze, esposizioni scadute ed inadempienze, valutazioni disastrose sui Credit Default Swap – gli strumenti ascrivibili tra le cause della crisi del 2007-2008 partita dagli Stati Uniti – ma soprattutto una quantità letteralmente spaventosa di titoli tossici in pancia. Stiamo parlando di circa 48mila miliardi di derivati, 14 volte l’intero PIL della Germania – un confronto utile a comprendere l’entità dell’immondizia detenuta da Deutsche Bank per speculazione finanziaria, l’attività principale a cui l’istituto ha venduto anima e cuore. Gli investitori ritengono tanto rischioso provare a capitalizzare all’interno di questo quadro tragico, che le sue azioni sono crollate al minimo storico anche rispetto al calo massimo registrato nel 2008.

Non si può dire che nessuno sapesse – al di là di un chimerico A3 di rating assegnato da Moody’s pochi giorni fa – dato che addirittura il Fondo Monetario Internazionale nel 2016 la definiva la fonte di maggiori rischi sistemici tra le banche mondiali. Insomma: tutte le autorità di controllo erano a conoscenza della sua situazione creditizia. La necessità di una ristrutturazione dalle proporzioni epiche non è quindi una così grande notizia, ma lo sarebbe se solo qualche giornale pieno zeppo di economisti pregiati avesse l’onestà intellettuale di condividere quanto affermato dall’analista finanziario Mark Friedrich anni fa: la bancarotta di Deutsche Bank, di fatto già in fallimento, avrà effetti peggiori di quelli provocati da Lehman Brothers e assisteremo ad uno shock finanziario per tutti gli istituti ad essa collegati di proporzioni mai viste prima d’ora.

Cosa ce ne importa a noi di tutto ciò? Ebbene, qualora ci trovassimo in sistemi chiusi nulla, ma Deutsche Bank, per sua natura improntata alla speculazione finanziaria e, per giunta, con cifre così ingenti, ha una rete di investimenti talmente capillare, da esporre al suo stesso destino un corollario infinito di istituti bancari e, con essi, anche parte dei debiti sovrani correlati. Per farla breve – e senza esagerare: se crolla Deutsche Bank, crolla l’economia mondiale.

Ecco chi è il vero “malato” d’Europa, ma a pagare non sarà nessuno (ce lo auguriamo) poiché avere banche forti e stabili è una questione di “sovranità nazionale”, a detta dello stesso ministro del Tesoro tedesco Scholz. Non c’è Fondo Atlante che tenga, non è una simil-Monte dei Paschi da risanare con una vendita di NPL ed una ricapitalizzazione garantita da un gruppo di investitori privati. Nemmeno un bail-in – quello che ha distrutto obbligazionisti e correntisti di Banca Etruria, per i quali la Direttiva UE BRRD era stata applicata in fretta e furia, senza fiatare – sarebbe sufficiente. Piccole differenze di trattamento. Deutsche Bank è “too big to fail” e, a giudicare dai numeri, persino troppo grande per essere salvata senza abnormi esborsi da parte di qualche Banca Centrale, andando a scompaginare tutti i rigidi dogmi economici europei.

Sta di fatto che l’imprevedibile destino di questa ciclopica banca-spazzatura potrebbe travolgerci da un momento all’altro, tra i silenzi omertosi di autorità di controllo, giornalisti e illuminati economisti, intenti a bacchettare Stati e istituti bancari del sud Europa, mentre noi italiani, paradossalmente “too little to avoid bail-in“, siamo qui ad auto-fustigarci per piccolezze che, a paragone, sono il nulla.