Al tempo di internet occorre fare le cose per bene, altrimenti basta un attimo di disattenzione per consegnare all’eternità digitale ciò che passa per le infinite vie del web. Una foto osé, un messaggino compromettente, il numero dell’amante o il programma elettorale del primo partito d’Italia: parafrasando Pietro Nenni, sulla rete niente si dimentica e tutto si paga.

E dire che Gigi di Maio, in una delle sue antiche incarnazioni prepolitiche, aveva aggiunto al suo già potente cursus honorum la qualifica di webmaster dimostrando- almeno sulla carta- una certa familiarità con computer e affini. Evidentemente, però, la carriera da leader maximo della gente gli era più congeniale: non avrebbe altrimenti commesso la gaffe spiattellata ieri dal Foglio. Cos’è successo?

In sostanza il programma presentato e votato prima delle elezioni sulla piattaforma Rousseau dagli iscritti – avanguardia operante della base grillina – non è lo stesso che oggi compare sul sito ufficiale del movimento. Nel silenzio più assoluto sono state modificate delle parti fondamentali (Esteri, Nato, Euro e Unione Europea); altre sono state aggiunte ex post e senza alcuna votazione preliminare. Se il come appare già grave, ancor più serio risulta il cosa oggetto della censorea e invisibile mano grillina.

Da posizioni terzomondiste e in linea con il comune sentire dell’elettorato di appartenenza – in cui certo non manca attenzione e stima verso la Russia di Putin – s’è passati a un totale e incondizionato appoggio all’alleanza atlantica, mondata dalle numerose (e giustificate a parere di chi scrive) critiche presenti nella versione originale. Il salto carpiato verso il moderatismo diviene quadruplo quando si passa a trattare della moneta unica e di Bruxelles: da “La situazione italiana nella zona euro è insostenibile. Siamo succubi della moneta unica” a “Questo non significa abbandonare perentoriamente la moneta unica”. Ancora, le 92 pagine del programma economico sono state depurate fino a contare solo 9 fogli; nell’inserto relativo alle banche sono comparsi punti mai discussi; il campo dell’agricoltura risulta totalmente stravolto.

Chi ha tempo e voglia può continuare a sviscerare punto per punto le discrepanze tra le due versioni, alla maniera de Trova le differenze della gloriosa Settimana Enigmistica. A noi interessa evidenziare invece il dato politico che emerge dall’affaire. Che il M5S abbia compiuto una lunga marcia verso il potere è indubbio: partiti dalle piazze e dai vaffaday, i grillini hanno pian piano dimesso le magliette per indossare squallidi completi da outlet, dimenticando nelle ventiquattrore apriscatole e relativi sogni di rivoluzione parlamentare. Che ciò sia stato compiuto da una teoria di individui sostanzialmente inadeguati, proni ai diktat del vertice (prima Casaleggio senior e Grillo, poi junior e corte dei miracoli) nel quadro complessivo di una oscura e intrigata trama – dall’azienda Casaleggio e associati al blog passando per una piattaforma digitale a cui è obbligatorio versare una quota della retribuzione da onorevole – appare altrimenti lapalissiano. A chi tiene realmente in mano la baracca servono soldatini, non uomini. Represso il dissenso con metodi staliniani, distrutta ogni forma di trasparenza – qualcuno ricorda lo streaming? – il movimento ha costruito una macchina da guerra in grado di raccattare d’ogni dove il consenso, primeggiando dove impera la fame e la disperazione sociale.

Il caso del programma truffaldino, in tal senso, conferma ancora una volta come della propria base il movimento se ne freghi completamente. Della gente serve solo il voto nell’urna: tutto il resto lo decidono quattro o cinque soggetti, collusi con i poteri forti e imbevuti d’ideologie astruse e reazionarie. Come quarant’anni fa il Pci berlingueriano, Di Maio e soci sono riusciti a indirizzare un sacrosanto malessere – possibile avanguardia di un forte movimento popolare – verso un contenitore vuoto, una vasca di decantazione in cui coprire con un velo di minchionerie i problemi reali e concreti di milioni di italiani. Così facendo, chi comanda s’è assicurato un altro giro sulla giostra Italia, abbandonando il titanic Pd dopo averlo fatto colare a picco.

Vorremo sbagliarci, ma il m5s ha fatto di tutto da almeno tre anni per essere un gatekeeper pari, se non superiore, al partito comunista berlingueriano. Non a caso, le proposte economiche sono le stesse: austerità, tagli alla spesa pubblica, distruzione dello stato sociale, guerra tra poveri, obbedienza cieca e assoluta a Washington. Da questo punto di vista, dunque, il programma truffaldino non è che l’ennesima riprova di un formidabile esperimento sociale, riuscito sulla pelle e sulle speranze delle classi subalterne d’Italia.