Ultimamente in politica si sta registrando il trend della “lotta generazionale”. Il voler rottamare i vecchi (tormentone di Matteo Renzi nei suoi primi tempi alla ribalta sulla scena pubblica), è tornato di moda. Ad esempio, un articolo uscito su Repubblica cerca in tutti i modi di farci intendere che gli anziani gravano sul “portafogli” degli italiani. Anche Sergio Noto, professore di Storia economica presso l’Università di Verona, scrive sul Fatto Quotidiano (in riferimento all’inferiorità numerica dei cittadini più giovani in Italia): “si prospetta una sorta di «dittatura» degli anziani sulla politica italiana. Anche se al governo ci saranno dei «giovani», di fatto essi si comporteranno come dei vecchi o meglio seguiranno politiche economiche orientate agli interessi degli anziani. Il problema delle pensioni è il più evidente: gli anziani hanno pensioni che sono il doppio o il triplo di quelle dei loro figli e nipoti, anche a parità di contributi, e non vogliono saperne di ridursele a vantaggio dei giovani.” All’interno della società civile questo si ripercuote in una sorta di faida tra i “boomer” (gli appartenenti all’epoca del boom delle nascite, accusati di avere, loro, rovinato l’economia) contro i “millennials” (accusati di essere frivoli, ignoranti, pigri, sempre attaccati ai social network).

Eppure, in Italia, una famiglia su tre “vive di pensione”. Spesso questa, seppur bassa (mentre il 36,3% delle pensioni non supera i mille euro lordi, il 12,5% non va oltre i cinquecento euro), resta l’unica entrata certa di un nucleo familiare. Se poi parliamo di assistenza lo scenario diventa ancora più cupo. Ad esempio, pare che il 65,7% delle famiglie residenti nel Sud Italia riscontri difficoltà ad accedere ai servizi di pronto soccorso, mentre al Nord sono “solo” il 47,7%. Il progressivo smantellamento della sanità pubblica in favore del privato è solo la punta di un iceberg che vede gli anziani per lo più abbandonati a loro stessi. Difatti, negli ultimi anni, si è registrato un aumento di case di riposo private e di cooperative. Nel 2018, solo tre posti letto su dieci erano offerti da un pubblico in cui si investe sempre meno per quanto riguarda l’acquisto di beni e servizi. Inoltre, la spaccatura tra Nord e Sud, resta preoccupante. Secondo quanto riportato dalle indagini Istat “il divario fra contributi e prestazioni incide sul deficit previdenziale pro capite, che nel 2017 è pari a -1.304 euro, stabile rispetto al 2016. In particolare al Sud e nelle Isole troviamo i valori più elevati con rispettivamente -2.160 e -2.218 euro, e le regioni con il maggiore deficit pro capite sono la Liguria, con -3.033 euro, l’Umbria (-2.778), seguite poi da Calabria (-2.794 euro), Molise (-2.791 euro) e Sardegna (-2.478 euro)”. È in Lombardia e nel Lazio, invece, che si registrano le pensioni mediamente più alte. E se oggi ad andare in pensione sono coloro che hanno iniziato a lavorare negli anni ‘70 e ’80, in futuro toccherà alle nuove generazioni, cresciute a pane, precariato e stage gratuiti. Difatti, l’unico motivo per cui nel 2019 si è registrato un (lieve) calo della disoccupazione (soprattutto tra la popolazione maschile), è che sono aumentati i contratti a tempo determinato, gli apprendistati e i lavori stagionali. Inoltre, il 20% della popolazione con i redditi più alti è di circa sei volte più ricca del 20% tra i più poveri, mentre nelle isole il divario sale di ben otto volte. Da questi dati risulta evidente come la polarizzazione dello scontro politico, incentrato su dinamiche sociali che nulla hanno a che vedere con i meccanismi economici del nostro Paese, svilisca il dibattito pubblico, offuscando i problemi che stanno emergendo da un modello che si sta avviando verso un liberismo sempre più sfrenato. Inoltre, la preoccupazione che bisogna avere guardando al futuro, non riguarda solo quando quelli che sono i giovani oggi andranno in pensione, ma quanto potranno percepire versando i contributi a partire da un mercato del lavoro che privilegia l’instabilità, e quale potrà mai essere la qualità della loro vecchiaia, in un’Italia che si sta avviando (gradualmente ed in silenzio) verso la privatizzazione dei servizi.