Della nuova costituzione cubana che dovrà essere sanzionata dal voto popolare attraverso un referendum il prossimo 24 febbraio 2019 si sta scrivendo di tutto: sancirà la fine definitiva dell’era Castro, aprirà finalmente ai matrimoni omosessuali, tutelerà i diritti umani, trasformerà una delle ultime dittature comuniste in una democrazia liberale, creerà le basi per l’arricchimento dei cubani attraverso il libero mercato, gli investimenti esteri e la proprietà privata. È vero che la morte di Fidel Castro ha comportato per la piccola spina nel fianco degli Stati Uniti la fine di un’epoca, ma è altrettanto vero che la classe politica e la popolazione continuano a guardare con ammirazione ai valori della rivoluzione del 1959 e ai suoi protagonisti.

Dal 19 aprile 2018, il riformatore conservatore Miguel Díaz-Canel si sta confrontando con due questioni vitali per la sopravvivenza di Cuba e dell’esperienza rivoluzionaria: la crisi economica, e quindi la necessità di trovare nuovi modelli conformi ai dettami comunisti capaci di generare crescita e sviluppo in un contesto conflittuale e di isolamento crescente, e la sfida della modernità, ossia l’obbligo di aggiornare la carta fondamentale di stampo sovietista datata 1976 così da promuovere l’immagine di un paese che vuole smettere di vivere nel passato. I cittadini, compresi quelli residenti all’estero, saranno chiamati ad esprimersi sul nuovo testo in una data simbolica, che coincide sia con la proclamazione solenne della costituzione del 1976 che con l’inizio della guerra d’indipendenza con la Spagna del 1895.

I pennivendoli che vedono in Díaz-Canel un profeta anticastrista intenzionato a trasformare Cuba in un’oasi del capitalismo, amica dell’Occidente e rinnegatrice della sua storia di fratellanza e solidarismo con gli oppressi dell’America latina, però, si stanno sbagliando: i cubani vogliono, sì, un cambiamento, ma che continui ad essere in linea con i dogmi ed i principi di una rivoluzione che li liberò dall’oppressione di Fulgencio Batista e dal giogo schiavista-imperialista statunitense. La società civile, gli espatriati, il mondo accademico, gli studenti e le organizzazioni religiose, chiesa cattolica in primis, hanno contribuito ampiamente al dibattito sulla nuova costituzione, avanzando proposte e critiche.

Che cosa cambia rispetto al passato? A parte il numero degli articoli, 224 contro i 137 attuali, e qualche introduzione innovativa, come il limite del mandato presidenziale, la presunzione di innocenza nel sistema giudiziario e la figura del primo ministro, la sostanza resta la stessa: l’aspirazione ad una società egualitaria, senza classi, in cui l’educazione del popolo e la gestione dell’economia restano essenzialmente competenza del potere politico, rappresentato dal Partito Comunista di Cuba. La nuova carta riconosce l’utilità economica e sociale del libero mercato, della proprietà privata e delle cooperative, ma in una posizione di subalternità e acquiescenza nei confronti del regime, il vero regista dell’indirizzo economico nazionale.

Ad aver suscitato maggiore dibattito nell’opinione pubblica non sono stati però i punti inerenti il continuo ruolo centralista svolto dal Partito Comunista o le libertà socio-economiche, quanto il presunto approdo dell’ideologia di genere nel testo attraverso dei passaggi poco chiari ed ambigui. Le maggiori confessioni del paese, ossia chiesa cattolica e denominazioni protestanti, si sono mobilitate affinché il concetto di matrimonio, attualmente definito come un’unione tra un uomo e una donna, restasse immutato, che non si parlasse di genere ed identità di genere e che non si ammettessero altri modelli di famiglia oltre quello naturale. Sul tema-tabù dell’omosessualità le parti hanno raggiunto una soluzione di compromesso: nessun accenno agli altri modelli di famiglia e ai generi, ma almeno una ridefinizione del matrimonio tale da permettere l’apertura di un dialogo costruttivo tra attivisti lgbt e conservatori sul quale avrà voce finale un nuovo referendum nel prossimo futuro.

La nuova costituzione rappresenta quindi una riedizione di quella attuale, con qualche eccezione, e il fatto che al dibattito pubblico e popolare abbiano partecipato circa 10 milioni di cubani, tra isolani ed espatriati, essenzialmente ancora legati agli ideali castristi nonostante il passare delle generazioni, dimostra che l’esperimento Cuba non è ancora tramontato e che questo piccolo paese potrebbe continuare a giocare un ruolo interessante nello scacchiere internazionale anche negli anni a venire.