30 aprile 1993, in Largo Febo, a Roma, una ressa s’è riunita ai piedi di uno degli hotel più sontuosi del centro, il Raphaël dell’ex comunista Vannoni. È una fiumana incollerita, una folla che non si limita ad attendere qualcuno, ma che a gran voce ne reclama per sé il corpo, come quello d’un brigante che vuole falciare. Risuonano i cori, al ritmo cubano d’una Guantanamera da stadio politico italico: Craxi in galera / Bettino Craxi in galera, Sei circondato / Bettino sei circondato. È lui, Craxi, insieme a quella massa che in strada lo invocava con l’ingiuria, il protagonista di queste righe.

Arroccato all’ultimo piano dell’Hotel, Bettino Craxi visse per più di vent’anni in Largo Febo, ormai divenuto, nel ’93, la vera dimora del socialismo italiano, un socialismo stretto nella morsa del colosso scudocrociato da una parte e del PCI dall’altra. Ma alle porte degli anni ’90, quando le ferite berlinesi ancora erano vive, quello di Craxi era un PSI che mirava ad occupare lo spazio perduto dal PCI: il 1989, annus horribilis per il mondo comunista, aveva destinato il partito fondato da Gramsci alla rovina. Proprio su questo PSI pregno d’ambizione e sul suo leader, però, s’abbatté come un ciclone Mani Pulite. Il 30 aprile di venticinque anni fa la folla romana decretava la fine del Partito Socialista Italiano e, soprattutto, la fine del suo leader. Quel Craxi che, da principe morente del socialismo italiano, stava arroccato in cima al suo castello in Largo Febo non era principe agli occhi della massa, ma orco, un orco asserragliato nel suo antro. Così la rabbia della folla non era solo rabbia, ma smania di sancire anche materialmente la destituzione di quel principe di partito, sprofondandolo all’inferno dell’esilio: le mani dei politici si dovevano lavare anche con l’acido, se necessario. La sera del 30 aprile ebbe inizio concretamente l’esilio di Bettino Craxi, ma accadde anche più di questo: quella sera il solco tra il cittadino e la classe politica si manifestò nella sua forma più eclatante. La rottura tra il popolo e i suoi governanti fu sancita in maniera tanto sconvolgente da assicurarsi, sino ad oggi, un posto in prima fila sulla scena politica italiana. Il 30 aprile 1993 è stato il punto zero dell’antipolitica italiana: in vent’anni, la percezione della politica come terra di furfanti e disonesti è divenuta il topos per eccellenza di una società che si alimenta di illusioni e disillusioni per non soccombere alla noia.

Il 30 aprile Craxi venne travolto da una sassaiola di monetine, chiamò tiratori di rubli quei contestatori. Oggi quella folla s’è allargata: contro la casta non si tirano soltanto rubli, ma anche euro, dollari e, perché no, anche bitcoin. “Ladro”: il grido della massa aizzata contro Craxi s’è riversato con impeto oltre gli argini di Largo Febo, straripando è entrato nelle case degli italiani per diventare l’inno dell’antipolitica. Ladro, ieri, gridavano in duecento alle porte di un Hotel della capitale, Ladro, oggi, abbaiano le gole di milioni d’italiani.